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La triste primavera senza scuola in presenza ha accentuato disuguaglianze e discriminazioni. La dispersione è risalita al 14% e siamo tra gli ultimi in Europa quanto a iscritti all’Università. Per chi crede alla scuola come luogo di costruzione culturale e di nascita di nuove idee, questa crisi impone di pensare e di dar vita a sperimentazioni radicali

L’anno scolastico che si apre porta con sé sfide di grande portata a cui non possiamo sottrarci. Stiamo caricando sulle spalle dei nostri figli e nipoti un debito pubblico di proporzioni enormi senza chiedere loro il permesso e c’è dunque un problema etico, prima ancora che politico, che riguarda un dovere di risarcimento da parte di noi adulti. E il primo e principale risarcimento non può che riguardare la qualità dell’istruzione, da decenni vilipesa nel nostro Paese. Dobbiamo pretendere che almeno il 20% del Recovery fund sia destinato a educazione, ricerca e formazione, ma sappiamo che non basta, perché spendere bene non è facile nel nostro Paese e investire in educazione non è come costruire un ponte. Comporta trasformazioni umane complesse e una crescita di attitudini alla ricerca e alla formazione permanente che contempli cura e attenzione alle fragilità, insieme alla capacità di rimetterci continuamente in gioco. Paragonando lo Stato a un corpo, Pietro Calamandrei riteneva che la scuola ne fosse l’organo ematopoietico, cioè il luogo dove si forma il sangue necessario a nutrire ogni cellula della società.

Da noi la dispersione scolastica è risalita al 14% e siamo tra gli ultimi in Europa quanto a iscritti all’Università. La triste primavera di non scuola ha accentuato le discriminazioni. Oltre un milione di bambini e ragazzi sono rimasti isolati ed esclusi da ogni proposta didattica e a essere maggiormente penalizzati sono stati gli alunni portatori di disabilità, i figli di immigrati, coloro che vivono in aree interne isolate e nelle periferie più degradate o appartengono alle sempre più numerose famiglie che stanno scivolando nel baratro della povertà assoluta.

Ci sono dunque scompensi da recuperare che riguardano gli apprendimenti, ma anche un sentimento di appartenenza da ricucire perché talvolta lacerato. Va ricostruito con pazienza, attraverso un lavoro di ascolto e condivisione, un tessuto di memorie d’un tempo fuori dall’ordinario, che è stato per tutti ricco di…

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L’autore: Franco Lorenzoni è stato maestro elementare per 40 anni. Nel 1980 ha fondato la Casa-laboratorio di Cenci ad Amelia: un luogo di ricerca educativa che promuove campi scuola e stage residenziali di formazione per insegnanti su tematiche ecologiche, scientifiche e interculturali. Nel 2020 ha ricevuto la Laurea honoris causa dall’Università Bicocca di Milano. Sabato 12 settembre (ore 21:30) al festival Convivere di Carrara, Lorenzoni dialogherà con la sociologa Chiara Saraceno nell’incontro dal titolo “I doveri degli adulti e della scuola per garantire i diritti dell’infanzia”, coordinato dal direttore di Left, Simona Maggiorelli.
Info e prenotazioni su www.con-vivere.it

 

L’articolo prosegue su Left del 28 agosto – 3 settembre 2020

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