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Appoggiare il taglio lineare dei parlamentari, come ha fatto il deputato di Leu, e vedere nell’asse Pd-5Stelle l’unica ipotesi politica da sostenere per il futuro, significa non tener conto di una vasta area di sinistra che non si riconosce nell’europeismo neoliberale del Pd

Lo scrivo con grande rincrescimento. Non capisco la presa di posizione di Stefano Fassina a favore del Sì al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari. Quella modifica alla Costituzione votata in quarta lettura anche da Pd e Leu, senza alcuna garanzia effettiva sulla legge elettorale e sulle modifiche ai regolamenti parlamentari, è apparsa subito come un cedimento al ricatto del Movimento 5 stelle, che, nel momento di massima difficoltà, aveva bisogno di sbandierare di fronte al suo elettorato in crisi l’insulsa fotografia del Di Maio con le forbici, che taglia le “ poltrone” disegnate su un grande striscione steso davanti al Parlamento. Un’ultima tirata di canna per illudere gli elettori delusi dai tanti voltafaccia e dal degrado opportunistico dei loro eletti, che era ancora possibile respirare la nuvola di hashish dei vaffa di un tempo.

In verità in questo referendum l’unico motore attivo è ancora l’istinto antiparlamentare e antidemocratico, la lotta alla “casta”, nella peggiore accezione dell’antipolitica, alimentata da quelle caste vere che dai media e dai centri economici hanno teso per anni a svuotare i poteri politici democratici e nazionali. Queste cose le denuncia anche Fassina nel suo articolo (sull’Huffington Post del 26 agosto, ndr), quando parla di crisi di efficacia della democrazia svuotata dalle politiche neoliberiste, ma proprio per questo non si vedono le ragioni per dare un altro colpo al prestigio del Parlamento, sperando…

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L’autore: Già presidente della Regione Emilia Romagna e parlamentare eletto in cinque legislature, nel 2017 Lanfranco Turci è entrato a far parte del comitato promotore di Sinistra italiana 

L’articolo prosegue su Left del 4-10 settembre

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