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Salvini e Di Maio sono i principali sconfitti dell’ultima tornata elettorale ma il populismo sovranista non è affatto sconfitto come dimostra il plebiscito per Zaia che ora vuole incassare l’autonomia differenziata. L’avanzata di uomini forti e soli al comando non ha subito battute di arresto, come dimostra anche il caso di De Luca in Campania. È una deriva che va studiata in profondità in Italia e nel mondo per poterla combattere. Anche per questo abbiamo deciso di dedicare la nuova storia di copertina alle presidenziali Usa

«È pericoloso il taglio del numero dei parlamentari senza legge elettorale, aveva detto Zingaretti, prima di orientare il Partito democratico per il Sì al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre (dopo che i parlamentari Pd avevano votato tre volte No).
E dopo la vittoria del Sì il segretario ha aggiunto: «Ora si apre il cantiere delle riforme che dovrà andare avanti speditamente. Il Pd farà di tutto anche per rappresentare i tanti cittadini e cittadine che hanno votato No, molte di quelle preoccupazioni le sentivamo e le sentiamo nostre, dalla difesa delle istituzioni democratiche, ad una piena rappresentanza territoriale e di genere, alla necessità di promuovere una legge elettorale».
Quel 30 per cento di voti per il No, alimentato da tanti giovani, non può essere ignorato in democrazia.
Ora che il danno è stato fatto, dunque, si faccia subito una legge elettorale proporzionale – ora più essenziale che mai – restituendo ai cittadini anche il diritto di poter scegliere da chi essere rappresentati; diritto che ci è stato scippato nel 2005 con l’imposizione delle liste bloccate e i candidati scelti dai capi partito.
L’onda dell’anti parlamentarismo populista, dopo due anni di silenzio assoluto – specie sulle ragioni del No – del servizio pubblico e dei media mainstream (che si sono svegliati all’ultimo minuto) si è rivelata forte, soprattutto nelle aree più depresse del Paese, nelle periferie, al Sud, là dove è più esteso il malessere sociale e più basso il livello di istruzione. È un segnale da non sottovalutare, anche per il futuro. Questa sconfitta dei valori democratici e della rappresentanza è anche frutto delle profonde disuguaglianze che attraversano l’Italia e a cui non è stata data risposta.
Ora il Pd di Zingaretti canta vittoria per aver tenuto in Puglia, in Campania e in Toscana con la riconferma dei presidenti Emiliano e De Luca e la vittoria di Giani. Ma anche se Salvini ha fallito l’obiettivo di espugnare la storica roccaforte rossa Toscana (così come aveva fallito in Emilia Romagna), se il centrosinistra non torna a fare un vero lavoro sul territorio, se non riesce a dare risposte concrete, solidali, inclusive ai problemi di chi, anche per effetto della pandemia, sta attraversando una grave crisi, e a chi ha perso il lavoro, sarà difficile che possa continuare a lungo ad arginare l’onda populista. La candidata della Lega in Toscana Susanna Ceccardi è arrivata al 40 per cento e Salvini già annuncia di voler andare fabbrica per fabbrica e in tutti i luoghi di crisi a portare il verbo sovranista strumentalizzando il crescente disagio sociale continuando a fare dei migranti un capro espiatorio.
Rafforzato dal risultato di queste elezioni ora il governo Conte batta un colpo abolendo finalmente i decreti sicurezza di Salvini. Il centrosinistra smetta di inseguire le destre sul loro terreno e promuova lo ius soli.
Il populismo sovranista non è affatto sconfitto come dimostra il plebiscito in Veneto per il leghista Zaia che ora vuole incassare l’autonomia differenziata. L’avanzata di uomini forti e soli al comando non ha subito battute di arresto, come dimostra anche il caso di De Luca in Campania.
È una deriva che va studiata in profondità in Italia e nel mondo per poterla combattere. Anche per questo abbiamo deciso di dedicare la storia di copertina alle presidenziali Usa, raccontando, con l’aiuto di politologi, americanisti e autorevoli giornalisti come Gary Younge perché l’appuntamento del 3 novembre ci riguarda da vicino. Intervistato da Leonardo Filippi, il giornalista del Guardian e autore di Un altro giorno di morte in America invita a guardare Trump «non come un’astrazione statunitense» ma come «parte di un continuum nell’ascesa di sgargianti populisti di destra indifferenti ai principi democratici». Ascesa, chiosa Younge, «che è iniziata in realtà con Berlusconi». Per questo (ma non solo) con Left andiamo negli Usa, per capire cosa sta accadendo nella società americana dove la pandemia ha pesato soprattutto sugli afroamericani e sugli strati sociali più poveri, dove la violenza razzista della polizia colpisce i neri ogni giorno mentre cresce la rivolta. Quale ideologia alimenta il privilegio bianco? Quali interessi ci sono dietro lo slogan “America first”? Qual è il ruolo dei suprematisti e degli integralisti religiosi che sostengono Trump volendone la rielezione? Come si stanno sviluppando i nuovi movimenti per la giustizia sociale e la rete di Black lives matter? Quali conseguenze avrà l’accordo di Abramo che lega Usa monarchie assolute arabe e Israele puntando a disegnare un Medio Oriente di stampo americano che calpesta i diritti delle popolazioni civili dallo Yemen alla Palestina? Quale ruolo vorrebbe imporre Trump all’Europa nel suo crescente scontro con la Cina? Quali conseguenze avrebbe la sua rielezione viste le sue politiche negazioniste rispetto al climate change e alla pandemia? E quali conseguenze avrebbe la sua folle corsa agli armamenti che ci obbliga, in quando parte della Nato, ad custodire ordigni nucleari sul nostro territorio? E soprattutto come liberarsi dalle pretese egemoniche di una “democrazia” a stelle e strisce che sempre più rivela un volto malato, razzista e distruttivo?

L’editoriale è tratto da Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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