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Gli ostacoli di Biden, i tentativi di rimonta di Trump, le proteste di Black lives matter, l’impatto del Covid-19. Molte sono le variabili che influenzano le presidenziali Usa. In palio c’è la Casa Bianca ma l’appuntamento non è decisivo solo per gli States e ci riguarda molto da vicino. Ecco perché

Le elezioni presidenziali statunitensi del 2020 che si terranno il 3 novembre saranno decisive sotto molti aspetti. Per prima cosa, saranno un referendum sulla presidenza del repubblicano Donald Trump. Quattro anni del tycoon alla Casa Bianca hanno cambiato il volto degli States e, in una certa misura, del mondo. Avremmo avuto Jair Bolsonaro come presidente in Brasile, Boris Johnson primo ministro in Gran Bretagna e Matteo Salvini vicepremier e ministro degli Interni in Italia se nel 2016 Hillary Clinton fosse riuscita a conquistare sufficienti Grandi elettori per arrivare alla Casa Bianca? Il voto popolare l’aveva ottenuto: i repubblicani non lo vincono dal 2004 (secondo mandato di George W. Bush, con due guerre in corso e la lotta al terrorismo in atto). Per la magica macchina elettorale statunitense, però, convincere gli elettori non basta: bisogna conquistare 270 Grandi elettori per arrivare alla Casa Bianca.
I democratici erano partiti con oltre venti candidati alle primarie del partito, dal magnate della finanza Mike Bloomberg al socialista Bernie Sanders. Alla fine, complice anche l’accelerazione delle primarie a causa dello scoppiare della pandemia di coronavirus, la scelta è caduta sul moderato Joe Biden, ex vicepresidente di Barack Obama. Un candidato che per i canoni europei potremmo considerare di centro-sinistra che ha scelto di avere al suo fianco come vicepresidente Kamala Harris, senatrice afroamericana della California. Eppure, all’inizio delle votazioni per le primarie Bernie Sanders sembrava essere in una posizione competitiva, pur avendo contro una larga fetta del Partito democratico. «Già nella campagna elettorale del 2016, d’altronde, c’era stata un’opposizione radicale interna ai dem in merito alla candidatura di Sanders» spiega a Left il professor Alessandro Portelli, già docente di letteratura angloamericana all’Università La Sapienza. «Quattro anni fa la campagna di Sanders aveva dimostrato come negli Stati Uniti sia presente una forte domanda di cambiamento, con la possibilità di prendere voti anche da persone che poi hanno votato Trump, perché al pari di Trump ma con molta più onestà e concretezza riconosceva il malessere, il disagio di gran parte del mondo del lavoro statunitense», continua Portelli. «Purtroppo, i Dem hanno rinunciato definitivamente ad interessarsi al mondo del lavoro dagli anni 70, perdendo quella che era la loro base sociale iniziale» spiega. «Biden è una persona dignitosa e rispettabile, ma rappresenta precisamente tutto quel mondo che è stato rigettato da chi ha votato Trump. Rappresenta un ritorno alla normalità che tutto era meno che normale» conclude Portelli.
Una delle grandi incognite di queste elezioni presidenziali 2020 riguarda proprio gli elettori di Sanders: come si comporteranno, trovandosi di fronte come candidato democratico un uomo di 78 anni bianco, cattolico e eterosessuale? «La mia impressione è che l’elettorato di Sanders abbia compreso la portata di questa elezione e non sia intenzionato a voltare le spalle a Biden» dice a Left Lorenzo Costaguta, lecturer in Us History alla University of Bristol. «C’è un clima molto diverso rispetto al 2016, quando la nomina di Hillary Clinton aveva spinto molti elettori democratici di sinistra a disertare le urne. Allora venivamo da otto anni di presidenza Obama mentre adesso, dopo quattro anni di presidenza Trump, devastanti sotto il profilo dei diritti civili, della tenuta sociale del Paese e del rispetto delle istituzioni repubblicane, sottovalutare l’importanza di andare a votare è diventato molto più difficile, se non impossibile», continua.
Una nuova variabile è costituita dal ritorno alla ribalta del Movement for a People’s party, un possibile terzo partito, di sinistra, in campo. Per capire di cosa si tratta, occorre fare un passo indietro. «La storia della sinistra socialista americana è la storia di un’alternanza tra periodi in cui il movimento cerca di costruire un suo partito o formazione indipendente e periodi in cui invece il movimento cerca spostare il Partito democratico verso le proprie posizioni – ricorda Costaguta . Ora siamo a una giuntura interessante. Da una parte abbiamo politici progressisti molto popolari che stanno facendo un lavoro estremamente fruttuoso nello scalare posizioni di potere all’interno del Partito democratico. Dall’altra, abbiamo il riproporsi di tensioni scissioniste di chi non si accontenta di quanto si può fare all’interno del Partito democratico e punta a obiettivi più ambiziosi». Proprio come i promotori del Movement for a People’s party, evoluzione di un movimento nato dopo la sconfitta di Sanders del 2016, che a fine agosto ha tenuto la sua prima convention nazionale. Questo esperimento politico – spiega ancora Costaguta – «richiama una delle pagine più fraintese della storia della sinistra americana. Negli Stati Uniti i primi ad essere definiti “populisti” erano proprio i membri del People’s party, un partito di fine Ottocento sostanzialmente socialdemocratico, per lo più interrazziale, antimonopolista, radicato al sud tra i lavoratori agricoli ma che cercava un’alleanza con i lavoratori industriali del nord, difensore dei diritti degli individui di fronte al capitalismo rapace e fuori controllo post-Guerra Civile», modello da cui trae ispirazione l’attuale omonimo movimento.
«I suoi obiettivi parrebbero essere il 2022 e il 2024. L’esistenza del Movement for a People’s party segna una frattura nell’universo progressista americano, certo, ma non vedo il 2020 come un’elezione in cui Joe Biden debba temere molto da loro» conclude Costaguta.
Temi fondamentali per queste elezioni presidenziali saranno la questione razziale, tornata al centro dell’attenzione dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto, e la rinascita del Black lives matter. Ma come influiranno sul voto di novembre e perché quel movimento di protesta riguarda tutti noi, anche dall’altra parte dell’oceano? Ne ha parlato con Left il professor Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova. «Black lives matter, sorto nel 2013, non riuscì ad…

L’articolo prosegue su Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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