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Trump segue la strategia di Bush e della «guerra al terrorismo» che ha prodotto decine di milioni di profughi nel mondo. Gli accordi con Israele, Emirati arabi uniti e Bahrain contro l’Iran avranno pesantissime ricadute sui diritti del popolo palestinese

«È l’alba di un nuovo Medio Oriente, siamo qui per cambiare il corso della storia. È un giorno molto importante per il mondo e per la pace». Era raggiante a metà mese il presidente statunitense Donald Trump mentre, a fianco del premier israeliano Netanyahu e dei ministri degli esteri emiratino al-Nahyan e bahrenita al-Zayan, annunciava alla Casa Bianca la firma degli Accordi di Abramo. Una intesa importante con cui Tel Aviv normalizza i rapporti diplomatici anche con Abu Dhabi e Manama. Trump, per una volta, ha ragione: questa duplice firma segna la nascita di un nuovo ordine regionale in cui le monarchie arabe sunnite riconoscono Israele come prezioso alleato contro il «nemico» comune iraniano.

Israele sorride perché sa che ormai, a seguire emiratini e bahreniti, ci sono altri ex rivali arabi (si parla di Oman, Marocco e Sudan). Non ridono invece le vittime, i palestinesi, a cui le strette di mano alla Casa Bianca riportano alle mente quella più famosa avvenuta il 13 settembre 1993 tra l’allora premier israeliano Rabin e il loro leader Arafat. A Washington allora si suggellavano così gli Accordi di Oslo che promettevano un futuro di libertà per i palestinesi in cambio di sicurezza per Israele. Perniciose illusioni come la storia ha mostrato: dopo 27 anni la Palestina ha ottenuto solo riconoscimenti sulla carta da organizzazioni e agenzie internazionali, restando però sul terreno spezzettata in bantustan isolati. A meno che non si intenda Stato quello fantoccio presentato a gennaio da Trump con il suo “Accordo del Secolo” che regala a Tel Aviv ampie porzioni della Cisgiordania e fa sì che Gaza resti una prigione a cielo aperto per i suoi 2 milioni di abitanti.

Nella pax statunitense e israeliana i diritti dei palestinesi non contano nulla, sebbene una serie di risoluzioni internazionali diano a questi ultimi ragione. Emirati e Bahrain non hanno neanche osato chiedere come precondizione per ogni riconoscimento d’Israele il ritiro di quest’ultima dai territori che occupa. Il presidente Usa può così giustamente incassare con gioia il suo “successo” geopolitico, da sempre coltivato anche dai democratici. Ma il «nuovo Medio Oriente» di stampo americano non è solo una sua idea, ma un piano nato con…

L’articolo prosegue su Left del 25 settembre – 1 ottobre 2020

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