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Non c’è una sola giustificazione valida per la nomina di un arcivescovo cattolico alla guida della commissione ministeriale per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana. Eppure è accaduto, nonostante le palesi incompatibilità di carattere etico e materiale

La nomina da parte del ministro della Salute Roberto Speranza di un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” non è solo l’ennesimo omaggio istituzionale alla Chiesa cattolica. Conoscendo il mondo “dell’assistenza sanitaria” dall’interno, per averci a lungo lavorato come tecnico, ritengo siano possibili altre, e più preoccupanti, chiavi di lettura. Vediamo quali e perché.

Monsignor Vincenzo Paglia non è un prete qualsiasi ma è il gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, è il presidente della Pontificia accademia per la vita, è il consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio e altro ancora. Inevitabilmente il pensiero corre a temi roventi come il fine vita, l’aborto, la contraccezione, il ruolo delle donne e molte altre questioni di questo genere.
È oltremodo strano che una commissione tecnica del massimo livello istituzionale non sia presieduta dal ministro o, per lui, da uno dei suoi direttori generali.

È inconcepibile che la guida sia stata data a un non tecnico, a un arcivescovo che ricopre incarichi importanti in istituzioni di uno Stato straniero, insomma a un ambasciatore del papa. Il presidente di una commissione ha sempre, e particolarmente in questo caso, una nevralgica funzione di salvaguardia dei valori istituzionali nazionali di unità, coerenza e integrità del Sistema sanitario nazionale sia rispetto alle forze centrifughe delle Regioni, sia di bilanciamento degli interessi del privato, sia di rispetto di principi etici e laicità. E questo porta con sé inconfutabili, invalicabili e volutamente ignorati incompatibilità e conflitti di interesse. Conflitti materiali (gli accreditamenti supermilionari delle strutture sanitarie del Vaticano con le Regioni) e conflitti etici (l’ottica palesemente di parte su temi delicatissimi).

Troppo accorto il ministero per ipotizzare una leggerezza o un errore. La cosa ha quindi anche un preciso valore simbolico; un messaggio? Si dirà che Paglia porta l’esperienza solidaristica della comunità di sant’Egidio; ma tecnicamente è sconcertante anche solo ipotizzare un modello di solidarismo volontario, privato, non sanitario e sovra istituzionale come nuovo modello di sanità territoriale pubblica. E poi, sulla base di quali evidenze scientifiche?

L’epidemia di Covid 19 ha messo in evidenza la debolezza strutturale della sanità territoriale, cui da molto tempo urge una necessaria e radicale ri-progettazione. Un processo lungo, complesso ma, soprattutto, trasparente e con due unici attori: ministero della Salute e Regioni; tutti gli altri sono utili ma solo per supporto tecnico e condivisione. È questa da sempre la prima regola del gioco. Viene il sospetto che per aggirare questi ostacoli fosse stato meglio parlare genericamente “solo” di ri-progettazione dell’assistenza agli anziani. Sembrano cose diverse ma in realtà sono la stessa cosa perché l’assistenza agli anziani ed alle malattie croniche è quasi tutta sul territorio.

Il ministero della Salute inoltre non ha inserito nella commissione i rappresentanti regionali, dando loro tutte le motivazioni per una profonda irritazione. L’assistenza territoriale avviene infatti a casa loro, con i loro soldi e alcune regioni hanno – senza tema di smentita – le maggiori competenze concrete sul tema. Chiaramente è un atto voluto.

Ma non basta: la commissione dovrà…

L’articolo prosegue su Left del 2-8 ottobre 2020

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