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È uno dei temi cruciali del momento, se ne parla molto ma in modo frammentato. Perché sia davvero al centro della riflessione pubblica, dalle scuole alla politica, occorre far comprendere che la tecnologia è un prodotto umano che può essere plasmabile, scrive il docente universitario, tra i curatori della Biennale Tecnologia che si svolge online fino al 15 novembre

La tecnologia è uno dei determinanti del futuro dell’umanità, allo stesso livello di importanza delle questioni ambientali, geopolitiche, economiche e socio-politiche. È sufficiente pensare a energia, trasporti, difesa, medicina e digitale per capire che è così.
La tecnologia dovrebbe essere, quindi, incessantemente al centro di una discussione pubblica ampia e approfondita, dalle scuole e università al Parlamento, dai partiti politici ai media. Per identificare bisogni, per stabilire priorità, per favorire la ricerca di soluzioni, per saggiare le conseguenze economiche, sociali e culturali delle varie opzioni, per decidere se, quando e in quale forma mettere in campo una determinata tecnologia, per capire come assicurare tecnologie utili per la collettività. Insomma, per riflettere politicamente sulla tecnologia.
Sarebbe logico che ciò capitasse, soprattutto in democrazia. Tuttavia in generale non capita. Non che si parli poco di tecnologia: se ne parla e anche molto. Ma sono riflessioni in larga parte frammentate in ambiti disciplinari e comunicativi sconnessi tra loro. Come nella parabola buddista, monaci ciechi toccano un elefante, ma solo la coda, una zampa, una zanna, la proboscide. Nessuno tocca altre parti del corpo dell’elefante e quindi nessuno arriva a capire di avere a che fare con un tutto, con, appunto, un elefante.

Quindi sui media si celebra (o critica) l’ultimo modello di smartphone o si paventa – da almeno sessant’anni – la fine del lavoro, i tecnici pensano a rendere più efficienti le tecnologie esistenti a prescindere dalle conseguenze di tale aumento di efficienza, i filosofi si interrogano su quanto la tecnica sia più o meno fuori controllo (o, all’opposto, via per realizzare il paradiso in terra), gli economisti si occupano di come favorire e far fruttare l’“innovazione”, e così via per silos. Silos che tendono a polarizzarsi in “apocalittici” e “integrati”, in entusiasti e pessimisti, ma conservando tutti la tendenza a dare per scontata una premessa fondamentale, ovvero, che la tecnologia capiti. E che di conseguenza in fondo non ci sia bisogno di una riflessione ampia sulla tecnologia: per gli entusiasti perché tanto ogni evoluzione tecnologica è per definizione un progresso, per i pessimisti perché tanto ormai la tecnica è fuori controllo e “solo un dio ci potrà salvare”. Quindi, perché mai fare la fatica di riflettere sulla tecnologia in maniera interdisciplinare, e – soprattutto – perché mai riflettere politicamente sulla tecnologia?
Come far capire, invece, che la tecnologia dovrebbe essere uno…

*-*

L’autore: Juan Carlos De Martin è professore ordinario al Politecnico di Torino, faculty associate all’Università di Harvard e co-curatore di Biennale Tecnologia che si svolge online fino al 15 novembre. Sta scrivendo un libro dal titolo: Dieci lezioni sulla tecnologia

L’articolo prosegue su Left del 13-19 novembre 2020

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