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Nessuna guerra tra lavoratori. Occorre più Stato, più diritti, più ricerca, più scuola, più tutela dei precari e dei dipendenti privati. E occorre recuperare risorse là dove esistono con una vera riforma fiscale

La proposta di far pagare la crisi “anche agli statali”, per poi ovviamente arrivare ai pensionati, è un’idea che non meriterebbe neppure commento.
Tanto è evidentemente demagogica, e irrazionale.
Al di là infatti di ogni malpancismo e invidia sociale verso lavoratori innegabilmente un pizzico meno esposti di altri, è del tutto chiaro che ogni ragionamento razionale ci suggerisce che dovremmo invece discutere dell’esatto contrario.
Dovremmo discutere, proprio ora e per fronteggiare la crisi, di potenziare lo Stato e i servizi pubblici.
Di dare finalmente uno stipendio europeo, ai nostri insegnanti, visto anche le prestazioni che chiediamo loro con la didattica a distanza, di investire finalmente in un sistema scolastico all’avanguardia, di stabilizzare in organico almeno altri duecentomila docenti, per avere finalmente classi da 15 alunni e non da 25.
Di investire nella ricerca, nel diritto allo studio, di far tornare con incentivi i “cervelli” che sono dovuti andare all’estero.
Di incrementare l’organico di medici e infermieri.
Di fare finalmente un rinnovo del contratto del Pubblico impiego con cifre decenti, dopo oltre dieci anni di blocco sostanziale.
Di superare le esternalizzazioni e il precariato anche nel settore pubblico.
Di ripristinare l’aggiornamento pieno al costo della vita delle pensioni fino a duemila euro.
Questo ci dice la ragione.
Però la ragione ci dice anche che va affrontata, da sinistra, anche la guerra tra poveri che rischia di innescarsi, se non tuteliamo, oltre al sistema pubblico, gli altri settori del lavoro.
Non possiamo non dircelo: in un Paese che funziona si sarebbe, a marzo, il dieci marzo, fatto arrivare ventimila euro via bonifico, direttamente sul conto corrente, a fondo perduto, senza se e senza ma, a tutti i titolari delle piccole attività , fino a trecentomila euro di fatturato, operanti nei settori colpiti dal lockdown: bar, ristorazione, turismo, cultura, spettacolo, tassisti, parrucchieri.
Subito, a fondo perduto, senza se, senza ma, e senza dubbi, lamenti e sospiri, nemmeno da sinistra
Perchè così fa uno Stato di fronte ad un’emergenza e così reclama e pretende dal proprio Governo una sinistra che ha una visione politica , che ha un minimo di lucidità.
Una sinistra e un governo lucidi, non consentono la guerra tra gli ultimi e i penultimi, ma nemmeno tra i terzultimi e i quartultimi.
È una tristezza vedere sui social insegnanti contro baristi, parrucchieri contro pensionati.
È una tristezza e una pena, e soprattutto è pericoloso e inquietante: è il segno di una sinistra che non c’è, che non ha pensiero, che non ha visione.
Che non sa unire il lavoro, contro la speculazione, il grande capitale e gli sfruttatori.
Aver abbandonato partite iva e ceto medio ha creato l’humus per la guerra agli statali, ai lavoratori pubblici in generale, e domani ai pensionati.
È la normale reazione.
Non siamo capaci di chiedere un centesimo ai quaranta miliardari che incrementano del 30% le loro ricchezze tra aprile e luglio speculando sulla crisi, ma sappiamo fare tante battute spiritose sulle pasticcerie che non fanno gli scontrini.
Che rivoluzionari.
L’attacco al lavoro pubblico è esattamente quello che dobbiamo aspettarci, se abbandoniamo i non garantiti, i precari, i lavoratori del privato, le partite iva, i piccoli imprenditori e i commercianti.
È la conseguenza di un Governo – e di una sinistra che lo sostiene con ben poco spirito critico – che ha dato 600 euro anche ai notai, che ha eliminato l’irap anche per le imprese con duecento milioni di fatturato (su richiesta di italia viva), che non ha avuto il coraggio di togliere il miliardo e mezzo in più di spese militari stanziato nel 2020 rispetto al 2019, che non ha toccato i 20 miliardi annui di sussidi statali a gas, carbone e petrolio, che non aumenta la progressività del prelievo sui redditi sopra i centomila euro, che non tocca i patrimoni milionari.
È la conseguenza di una sinistra (anche radicale) che ha perduto mesi a chiaccherare di Mes e recovery fund, come scusa per fare solo una polemica di retroguardia tra europeismo ed euroscetticismo, senza guardarsi in casa, senza affrontare la propria incapacità di recuperare le risorse dove sono concentrate, dove strabuzzano, dove si ammassano in modo indecoroso.
Vogliamo parlare dei profitti di questi mesi di Google e Amazon?
Ce ne sarebbe per rifare d’oro bar e pizzerie, abolire le tasse ai parrucchieri, raddoppiare gli insegnanti nelle scuole e le pensioni ai settantenni.
Una sinistra che non sa unire chi lavora, chi la mattina si alza alle sette, o anche alle sei, che sia per andare ad insegnare a scuola o ad aprire il bandone di un bar, indicando i veri avversari negli speculatori e negli sfruttatori, è una sinistra che non ha ragione di essere.
Che può solo fare buonismo benpensante.
E che finisce per forza di cose ad avere come unico orizzonte morale la santa crociata dei laureati e dei competenti, contro i negazionisti e gli antivaccinisti, e come unico obiettivo di conflitto sociale il bruciare sui roghi chi sbaglia i congiuntivi, perchè altro non vuole e non è capace di fare.
Se continuiamo così temo che l’unica cosa che ci rimane è sperare di avere contro sempre avversari non troppo presentabili come Trump o la Ceccardi in Toscana.
E forse da questo punto di vista potremmo anche essere accontentati.
Se la sinistra rimane questa, la destra è destinata ad andare ben oltre Trump e la Ceccardi.
Molto, molto oltre.

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