La pandemia ha fatto irruzione nelle nostre vite e provocato inaspettati cambiamenti a ogni latitudine e in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Fra gli effetti registrati in Italia, nel primo semestre 2020, colpisce la diminuzione del 19% degli omicidi volontari (rispetto allo stesso periodo del 2019). Sembrerebbe una buona notizia, se non fosse che i femminicidi e la violenza maschile contro le donne sono aumentati, quale diretta conseguenza del confinamento obbligatorio dentro le mura domestiche imposto dal lockdown.

Cristina Rubagotti è la Presidente del Centro Antiviolenza CADOM – Centro Aiuto Donne Maltrattate di Monza. Conosce bene le storie delle donne che in questi anni si sono rivolte al centro e in questi mesi ha potuto osservare le conseguenze della pandemia. «Lo scorso anno ricevevamo circa 7 contatti di donne al mese mentre in questi mesi sono stati circa 12 di media. Quasi il 50% in più. Il motivo per cui sono aumentati i casi si riferisce al fatto che nella vita normale una persona trascorre fuori casa gran parte della giornata mentre con il lockdown essendo obbligati a stare a casa tutto il giorno, quello che sembrava un piccolo conflitto diventa enorme e degenera».

Le parole di Cristina trovano conferma nei dati delle chiamate al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking: durante il lockdown, dopo un iniziale crollo, le chiamate tra marzo e giugno sono più che raddoppiate raggiungendo quota 15.280 (+119,6% rispetto al 2019).
Riorganizzandosi per continuare a fornire i propri servizi, nel rispetto delle norme di sicurezza, i Centri Antiviolenza e le case rifugio non hanno mai smesso di essere al fianco delle donne. In Lombardia, ad esempio, c’è stata una forte riduzione dello staff dovuta sia all’età medio-alta delle volontarie sia alla malattia e messa in isolamento delle operatrici ma tutte hanno continuato a dare supporto alle donne. In molti casi i turni di lavoro sono diventati estenuanti – come nel caso della provincia di Cremona, che ha esteso la propria reperibilità h24 con risorse umane ridotte del 50%.

A evidenziarlo è l’indagine svolta da ActionAid e contenuta nel rapporto «Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia», che monitora i fondi statali previsti dalla Legge 119/2013 (la cosiddetta legge sul femminicidio) e l’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020.
«L’epidemia ci ha dato lezioni che non dobbiamo dimenticare, prima tra tutte il ruolo essenziale dei CAV e delle case rifugio nel sostegno territoriale alle donne, che hanno dimostrato una grande capacità di adattamento nel reinventare un modello di intervento rapido che funziona solo con supporti adeguati. È necessario uscire dalla logica emergenziale per creare un sistema forte e duraturo, che funzioni bene in tempi ordinari e molto bene in tempi straordinari» spiega Elisa Visconti, Responsabile dei Programmi di ActionAid.

Il Piano nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017-2020 avrebbe dovuto porre le basi per un sistema antiviolenza nazionale in grado di contrastare a più livelli la violenza contro le donne.

Del Piano antiviolenza 2017-2020 ActionAid ha rilevato che solo il 10% dei fondi 2019, nonostante la pandemia, sono arrivati ai Centri Antiviolenza. In tempi Covid, per rispondere ai nuovi bisogni delle strutture di accoglienza, la Ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti il 2 aprile 2020 ha firmato un decreto di procedura accelerata per il trasferimento delle risorse per il 2019 prevedendo la possibilità di usare i fondi destinati al Piano per coprire le spese dell’emergenza sanitaria. Nonostante l’urgenza, a distanza di 6 mesi dall’incasso delle risorse, solo 5 Regioni hanno erogato i fondi: Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto.
Non va purtroppo meglio con i fondi degli anni precedenti. Al 15 ottobre 2020 solamente il 72% delle risorse per il 2015-2016 è stato liquidato dalle Regioni, il 62% di quelle del 2017 e il 39% per il 2018. «Nonostante le Regioni negli ultimi tre anni abbiano fatto qualche passo, i fondi ci mettono ancora dai 10 ai 12 mesi per arrivare» avverte Isabella Orfano, esperta del programma Diritti delle donne di ActionAid e curatrice del rapporto.

Chiara Gravina è legale del centro contro la violenza sulle donne Roberta Lanzino, il CAV più anziano presente in Calabria e per molti anni anche l’unico. «Il Centro lavora in sinergia con le forze dell’ordine che ci riconoscono come punto di riferimento (…). La struttura accoglie circa 100/120 donne all’anno ma i finanziamenti pubblici (regionali e statali) sono sufficienti a malapena a coprire i costi vivi come le utenze, la retribuzione della segreteria e delle consulenze esterne. La situazione che viviamo è anche legata al fatto che i finanziamenti pubblici sono sempre ritardo, discontinui, insufficienti e non sono destinati a finanziare attività di prevenzione e di empowerment socio-economico».

Oggi, alle soglie del nuovo Piano Nazionale Antiviolenza, l’analisi di ActionAid sul Piano 2017-2020 ha mostrato la sua incompletezza: le risorse effettivamente impegnate non sono sufficienti a coprire le azioni programmate ma ancor più grave è la poca trasparenza che non consente di verificare se esse siano state realmente spese.

Diventa quindi sempre più evidente la solitudine dei Centri Antiviolenza che su tutto il territorio nazionale continuano a essere la mano amica per tante donne. Ed è sempre più necessario che l’Italia si doti di un sistema di prevenzione e protezione pienamente funzionante, come chiesto di recente anche dal Consiglio d’Europa.

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