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Impossibile consultare documenti, dati, antiche planimetrie. Con le biblioteche e gli archivi chiusi viene danneggiato il lavoro di ricercatori, dottorandi e studenti. Nel silenzio totale, a dimostrazione del fatto che gli studi umanistici e sociali in Italia sono considerati di serie B

In questi giorni le proteste, talvolta molto dure, di diverse categorie di lavoratori contro le misure emanate dal governo per il contrasto alla diffusione del Covid-19 hanno trovato molto spazio sui media italiani, mentre un silenzio tombale regna sul disagio e sulle difficoltà di tutti coloro che vivono di ricerca, soprattutto nel campo delle scienze umane e sociali, per via della chiusura delle biblioteche e degli archivi. Nessun dibattito si è sviluppato sui reali rischi di contagio all’interno di questi luoghi o nel tragitto per raggiungerli, nessun dato è stato fornito per facilitare una riflessione sul tema.

Nello stesso Dpcm del 3 novembre gli archivi e le biblioteche non hanno nemmeno meritato una menzione specifica, né li ha ricordati il presidente del Consiglio nella lunga conferenza stampa in cui ha presentato i provvedimenti. Il dispositivo della loro chiusura è nascosto nelle pieghe del decreto, che sospende le mostre e i servizi al pubblico dei musei «e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui ai sensi dell’articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio». Bisogna riprendere quest’ultimo (il decreto legislativo 42/2004) per scoprire che oltre ai musei la dizione «istituti e luoghi della cultura» comprende «le biblioteche gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali». La chiusura di tutte queste realtà appare dunque un semplice riflesso condizionato di quella dei musei, che non richiede alcuna riflessione sulle loro caratteristiche specifiche.

Per i ricercatori e gli studenti per i quali biblioteche e archivi sono il luogo di lavoro principale e insostituibile, l’impressione è quella di una scarsissima considerazione, che avevano già avuto modo di provare nei mesi successivi al lockdown quando, a fronte della riapertura delle attività commerciali e ricreative e di una vita che nelle strade aveva ripreso o quasi il suo ritmo normale, l’accesso alle sale di studio continuava ad essere regolato da misure severissime, che non si limitavano all’uso di guanti e mascherine, ma comprendevano la quarantena per i documenti consultati, la riduzione degli orari di apertura e un ferreo distanziamento degli utenti. La conseguente drastica limitazione del numero di ingressi rendeva quei luoghi molto più sicuri di altri, ma imponeva anche attese di mesi per consultare documenti indispensabili a…

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L’autore: David Armando è primo ricercatore all’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Cnr; Paolo Broggio è professore associato di Storia moderna a Roma Tre

L’articolo prosegue su Left del 27 novembre – 3 dicembre 2020

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