Un virus invisibile è riuscito a fare quel che sembrava impossibile. Ha fatto sospendere il Patto di stabilità, ha mandato in soffitta l’austerity e la fede nella manina magica del mercato. Ma ha anche messo ko i sovranisti dimostrando che è impossibile rendere i propri confini impenetrabili e che la chiusura autarchica rende impotenti di fronte a una crisi pandemica. Da una emergenza sanitaria come quella che stiamo attraversando ormai quasi da un anno si può uscire solo stando assieme, cooperando, come hanno fatto gruppi di scienziati di tutto il mondo per studiare il coronavirus e cercare di mettere a punto terapie, farmaci, vaccini. La dura lezione imposta dalla pandemia sta costringendo l’Europa a un cambio di passo che ci auguriamo diventi cambio di paradigma. La presidente Ursula von der Leyen ha cominciato a parlare di un ministero europeo della Salute per uniformare protocolli e interventi (pensiamo quanto sarebbe importante avere una regia unica per la distribuzione dei vaccini, in modo che non vi siano aree scoperte) ma anche per prepararsi a possibili, future, pandemie.

Che la salute e il benessere psicofisico delle persone sia un bene comune e prioritario ora è chiaro alla più ampia opinione pubblica. Che la ricerca e la formazione siano gli ambiti strategici in cui investire per la costruzione del futuro ora non è più la convinzione solo di una élite. E pensiamo che si debba cogliere immediatamente questo aspetto positivo di una vicenda così drammatica per tradurlo in atti concreti. Perché, se una consapevolezza sta maturando, è anche vero che riguardo alla ricerca l’Europa non fa ancora abbastanza. Se ha saputo reagire alla pandemia lanciando uno straordinario piano chiamato Next generation Eu dall’altra parte, prima dell’estate, ha tagliato i finanziamenti per il programma Horizon Europe che sono stati recuperati ora in parte.

Esponenti di rilievo del mondo della ricerca e delle università europee propongono di utilizzare questi fondi ripescati per compensare i tagli subiti dalla ricerca di base e in particolare dallo European research council e dal programma Marie Curie che sostengono i progetti più innovativi. Tanto c’è da fare su questo, come accennavamo, ma quel che prima pareva intoccabile della granitica ideologia neoliberista comincia ad essere quanto meno suscettibile di critica, o quanto meno non viene più proposto come fosse un dato di natura. E si cominciano a bisbigliare frasi un tempo impronunciabili in Europa come cancellazione del debito, assegnazione dei fondi del Recovery fund in base al rispetto dello Stato di diritto, tassazione dei colossi web (che proprio con questa pandemia si sono ancor più arricchiti), Green new deal, reddito minimo indispensabile, rafforzamento della sanità pubblica… Attraverso questi spiragli si insinuano i politici, gli analisti politici e studiosi della storia d’Europa – Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Nadia Urbinati e altri – ai quali abbiamo chiesto di aiutarci ad immaginare l’Europa del futuro, un’Europa che sia sempre meno un’unione dei mercati e sempre più un’unità politica, area di integrazione e inclusione nel rispetto delle diversità, pensando anche al ruolo che potrebbe avere nei prossimi anni in uno scenario geopolitico mutato dalla pandemia e in cui un ruolo da protagonista lo avranno quei Paesi, a cominciare dalla Cina, che più hanno investito e investono in ricerca.

Per un’Europa della salute e dei diritti. Con questo titolo lanciamo una discussione su proposte che riguardano temi cardine come la sanità, l’istruzione, il lavoro, l’ambiente, l’immigrazione. Ed è proprio questo il punto più dolente. Se l’Europa sta andando incontro a interessanti cambiamenti su un punto è ancora chiusa e immobile: le politiche di accoglienza e integrazione. Nonostante la promessa di un nuovo patto sull’immigrazione presentato con enfasi da Von der Leyen nulla si è fatto per cercare di modificare gli accordi di Dublino, per creare canali umanitari e per rivedere i famigerati accordi con Libia e Turchia con cui esternalizziamo le frontiere. Lo documentano su questo numero il reportage di Marina Turi dalla Spagna che denuncia le politiche di respingimenti che hanno trasformato le Canarie in una piattaforma di confino e di espulsione e lo argomentano Giorgia Linardi di Sea watch e Caterina Di Fazio di Agora Europe che qui passano a raggi X la modifica dei decreti sicurezza, mettendone a nudo la radicale insufficienza.

Lungi dall’essere stati aboliti i decreti Salvini gettano un’ombra nera sulla nuova legge sull’immigrazione. Intanto in mare si continua a morire. E continua la criminalizzazione di chi invece dovrebbe essere ringraziato perché, in assenza di politiche di salvataggio, interviene per salvare vite umane. Come il grande mosaico culturale europeo è nato e si è sviluppato grazie all’incontro con l’altro, con viandanti, viaggiatori, emigranti che venivano da lontano – come ci racconta qui Mathijs Deen parlando del suo affascinante Per le strade d’Europa – l’Europa del futuro nascerà solo se riusciremo ad abbattere i muri e non voltarci dall’altra arte.


L’articolo prosegue su Left del 4-10 dicembre 2020

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