Cosa può fare la letteratura in tempi di pandemia? Come potremmo noi, studiosi e ricercatori delle cosiddette scienze umane, dare un contributo in un momento così difficile? Sono essenzialmente queste le domande che hanno scandito il mio 2020 da quando immagini distopiche di uomini in tute vagamente spaziali hanno cominciato a susseguirsi sugli schermi e sull’umanità tutta sembrava incombere un pericolo definitivo e indefinito.

Per chi è attivo nel campo della cultura il senso di impotenza e di frustrazione è stato amplificato da quanto hanno fatto e stanno facendo i ricercatori delle cosiddette scienze dure. La prima consolante considerazione è che la storia umana pullula di esempi letterari in cui un morbo contagioso, una pestilenza inspiegabile, irrompe nelle vite degli esseri umani stravolgendole. Questa presenza “morbosa” è narrata in molti dei nostri classici: dal Decameron ai Promessi sposi al più recente Cecità.

È interessante notare che nella letteratura cinese, morbi ed epidemie non hanno occupato uno spazio così importante e che spesso, più che spiegate come una punizione divina, pestilenze e catastrofi sono “lette” in termini etici e morali: si verificano quando viene a rompersi quel patto implicito tra Uomo e Cielo, tra realtà sociale e realtà naturale che garantisce l’armonia tra le cose.

Negli ultimi anni i ripetuti annunci di una possibile pandemia, gonfiati ad hoc dalla stampa con titoli apocalittici e rinforzati dalle dichiarazioni dell’Oms che già nel novembre 2005 ne annunciava l’arrivo, rimandano all’estinzione dell’essere umano facendo leva su paure antiche ma sono anche sintomatici delle ansie derivate dall’impatto della globalizzazione sulle nostre esistenze e sugli equilibri geopolitici. La globalizzazione ha nutrito angosce pregresse e le…


L’articolo prosegue su Left dell’8 gennaio 2021

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