Condividi

Prima ci fu la scoperta del “paziente uno” a Codogno, poi il dilagare del virus a Nembro e Alzano Lombardo. Abbiamo raccolto voci di chi è stato allora in prima linea. E che attende una risposta sulle responsabilità della strage e della mancata attuazione della zona rossa

Il 20 febbraio di un anno fa venne segnalato in Lombardia, a Codogno, il “paziente uno” affetto da Covid-19. In pochi giorni i casi aumentarono, soprattutto nel bresciano e nella bergamasca e i nomi di paesi come Nembro, Alzano Lombardo, Seriate, entrarono nella vita di molti. Cambiò l’esistenza di tutti e oggi, ancora dentro la pandemia, con le mille incognite delle varianti, si vive in un mondo diverso. Per ricordare quei giorni, con lo sguardo rivolto all’oggi abbiamo ascoltato Marco Caldiroli, presidente di Medicina democratica onlus, Francesca Nava, giornalista e autrice del libro Il focolaio (Laterza) e l’avvocata Consuelo Locati, coordinatrice del team legale per l’azione civile. Tre approcci complementari di chi la tragedia l’ha vissuta e l’affronta con ostinazione.

«Un anno fa all’inizio non comprendemmo l’entità di quanto stava arrivando – racconta il presidente di Md -. Poi quando aumentarono i contagi ci arrivò la sferzata. Mi sembrava di essere tornato a Seveso nel 1976 (il disastro della fuoriuscita della diossina dell’Icmesa). Allora capimmo la portata dei disastri ambientali, ora quelli della pandemia che sono connessi. In entrambi i casi si tratta dei frutti di un capitalismo che ritiene normale sfruttare l’ambiente e riversarvi i rifiuti senza limiti. Il lockdown è stato vissuto dai più attenti come un “castigo” e la pandemia come un presagio, l’ultimo avvertimento prima di una discesa irrefrenabile. E si è accettato un restringimento delle libertà per riesaminare e cambiare lo stato di cose esistenti. Penso che il virus sia l’anticorpo con cui il pianeta cerca di liberarsi del suo vero nemico».

Caldiroli racconta come da anni ci fossero in Lombardia persone consapevoli delle condizioni della sanità regionale; persone che combattevano contro le “riforme” di Maroni e Formigoni ma che non immaginavano il crollo repentino di un sistema sanitario ritenuto “eccellente”. «Il tarlo della privatizzazione e dell’interesse di pochi aveva scavato a fondo e i “comandanti sulla nave” continuavano nei loro intrallazzi pompando ancora il privato, come se dal problema potesse scaturire la soluzione mentre il sistema crollava loro addosso». L’avvocata Locati è di Seriate, in Val Seriana, 25mila abitanti, 308 morti di Covid-19 in un mese e mezzo. Si potevano evitare? Per lei è un sì convinto: «Quando hanno ricoverato mio padre – racconta – io sono entrata in un gruppo facebook e ho scoperto tante persone come me che mi hanno travolto con storie di dolore e di solitudine. Poi mio padre è morto, neanche sapevo dove lo seppellivano. Ma l’inferno era iniziato, nei nostri paesi sentivamo solo le sirene delle ambulanze, vedevamo gli infermieri scendere con le bare, tremavamo ad ogni telefonata. Si doveva e si poteva fermare tutto in tempo ma la…

Il 20 febbraio è indetta la Giornata di mobilitazione regionale “La salute non è una merce, la sanità non è un’azienda”, indetta dal Coordinamento lombardo per il diritto alla salute del quale è parte il Prc Lombardia. Con presidi e conferenze stampa in tutte le città e diretta web a partire dalle 10


L’articolo prosegue su Left del 19-25 febbraio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Condividi