D’un tratto un’intera classe politica si è messa a parlare di ecologia. È opportunismo ma non solo. C’è anche consapevolezza del rischio che il pianeta collassi. Fatto sta che la partita è aperta e il momento è decisivo. Affinché la riconversione ecologica avvenga ovunque nel nome della giustizia sociale serve la spinta delle forze ambientaliste

Si comprende la soddisfazione delle associazioni ambientaliste per essere state sentite da Mario Draghi, durante le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Assumere Legambiente, Greenpeace e Wwf come interlocutori sociali, al pari di sindacati e Confindustria, però ha per adesso solo un forte significato simbolico. È prematuro dire se al segnale dato seguiranno poi i fatti. Questa è una partita aperta, rispetto a cui in primo luogo va deciso se vale la pena giocarla e su quali contenuti farlo o al contrario se la si considera già persa in partenza e ci si deve limitare a registrare il significato simbolico positivo del gesto. È una decisione che spetta alle associazioni ambientaliste, ma non sarebbe ininfluente se la loro scelta fosse il prodotto di un’ampia discussione, un’occasione di confronto fra movimenti, magari con priorità e sensibilità diverse, ma comunque tutti interessati a considerare la riappacificazione con la natura la chiave per uscire dalla crisi. In questa fase politicamente molto confusa i segnali di maturazione di una nuova sensibilità sono stati numerosi. Lo stesso discorso con cui Mario Draghi ha chiesto la fiducia di Camera e Senato ha avuto al centro la transizione ecologica. Oggi tutti vogliono contribuire e decidere come spendere le ingenti risorse messe a disposizione dal progetto europeo Next generation Ue.

Non vedo solo trasformismo nel fatto che ne parlino coloro che nel passato furono fanatici del mercato e del pareggio di bilancio, a cominciare dal “banchiere Draghi”. Penso cioè che la decisione di mobilitare ingenti risorse collettive abbia l’obiettivo di fare dell’Europa la locomotiva fondamentale della trasformazione ecologica del pianeta. Sulla stessa prospettiva sembra muoversi la nuova presidenza statunitense, per non parlare della centralità data alla lotta al cambiamento climatico dai cinesi. Certo desta più di un sospetto questo consenso unanime e non è immotivata la preoccupazione che si tratti solo di parole e del solito “gattopardismo” a cui ci hanno abituati le classi dirigenti, non solo italiane. C’è però in questa incredulità, che finisce solo per alimentare il disimpegno, una sottovalutazione della forza dei fatti oggettivi. Intendo dire che è la situazione oggettiva di collasso e degrado del pianeta, di cui la pandemia insieme al cambiamento climatico sono le principali evidenze, ad obbligare un banchiere come Mario Draghi e insieme a lui i principali protagonisti del decennio liberista a dire che non si può lasciare alle future generazioni solo una buona moneta se poi la si deve spendere in un pianeta devastato e invivibile. In questi giorni di grande incertezza, e paura di non farcela a sconfiggere il virus, è passata quasi inosservata la tragedia del Texas, dove milioni di persone sono rimaste travolte dall’ennesima manifestazione del cambiamento climatico.

Questa forza dei fatti non solo ci dà ragione, ma apre anche spazi all’azione ambientalista. Insomma si può operare per spingere nella direzione più giusta la transizione ecologica e quindi impedire che essa sia socialmente ingiusta, accentuando disuguaglianze e povertà senza risolvere la malattia del pianeta. È comprensibile la difficoltà a discernere…


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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