Un miliardo e mezzo del Piano nazionale di ripresa e resilienza andrà agli Its, Istituti tecnici superiori. Si tratta di una formazione post diploma che dopo dieci anni non è decollata. Ma tutto l’universo tecnico-professionale reclama più attenzione. E soprattutto un maggiore diritto al sapere

Se il discorso del presidente del Consiglio Mario Draghi al Senato può essere considerato il manifesto programmatico del nuovo governo, allora per quanto riguarda la scuola sarà l’istruzione tecnica al centro dell’azione del ministero nei prossimi mesi. Draghi ha fatto riferimento agli Its, Istituti tecnici superiori. In Francia e in Germania, ha detto, «sono un pilastro importante del sistema educativo». Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha aggiunto, riserverà agli Its un miliardo e mezzo, «20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia».

Eccoli, dunque gli Its, la scommessa del sistema scolastico del futuro. Rappresentano, fuori dall’alveo universitario, l’apice della formazione tecnico-professionale. Un universo frastagliato che meriterebbe più attenzione e guida a livello centrale: l’ultimo “girone”, in fondo, è rappresentato dai corsi di formazione professionale gestiti dalle Regioni – “regalo” della riforma del Titolo V del 2001 – ed erogati da soggetti privati accreditati: quindi un sistema diseguale e perennemente in un cono d’ombra. Poi, salendo, troviamo gli istituti professionali che con la riforma Gelmini sono stati deprivati di ore in discipline basilari come Italiano, Storia dell’arte, Lingue straniere e poi, più su, gli istituti tecnici statali molto simili ai licei e infine, dopo il diploma di scuola superiore, si arriva finalmente agli Its. Nati sotto il governo Prodi con il Dpcm del 25 gennaio 2008, sono la prima esperienza italiana di formazione terziaria legata direttamente al mondo produttivo. Così legata che le imprese figurano dentro le fondazioni che li organizzano insieme agli enti locali, alle università e agli istituti del sistema scolastico statale. E dentro le aziende è prevista la presenza degli studenti per il 30 per cento delle ore complessive, così come il 50 per cento dei docenti viene dal mondo del lavoro.

Entrati in funzione nel 2010, attualmente sono 107 suddivisi in corsi biennali o triennali in 6 aree tecnologiche “strategiche”: dall’efficienza energetica al turismo, dal sistema casa, meccanica e moda alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In dieci anni di attività non hanno prodotto grandi risultati. Il diploma tecnico superiore corrisponde al V livello del quadro europeo, corredato, si legge nel sito dell’Indire, dall’Europass diploma supplement. Ma a quanto pare non risulta un titolo di studio attraente visto che, come afferma lo stesso ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi nel suo libro Nello specchio della scuola (Il Mulino) gli iscritti in tutta Italia nel 2020 erano poco più di 15mila.
«Ci troviamo in una situazione abbastanza incompiuta», dice Carlo Salmaso, membro della Lip scuola e insegnante in un istituto tecnico di Padova che fin dal 2010 ospita una delle diramazioni dell’Its Meccatronico veneto di Vicenza. «Lo spunto iniziale aveva una sua logica e il lavoro dei primi anni è stato migliore rispetto al periodo successivo. Allora c’era una…


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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