Cinque anni fa con un piccolo gruppo di amiche e amici pensammo di organizzare una festa a sorpresa per i sessant’anni di Pietro Greco. Ero molto eccitata all’idea di vedere la tipica espressione di Pietro quando riceveva un complimento. Un’espressione di contentezza trattenuta, che gli faceva rimpicciolire gli occhi e non trovare subito le parole per dirlo. Il giorno stabilito ci trovammo nella sala della chiesa valdese in piazza Cavour a Roma e quando Pietro arrivò lo presi per il braccio per portarlo al tavolo dove c’era un microfono. In quel breve tragitto, io avanti, lui dietro, io agitata, lui calmo, mentre tutti applaudivano e persino i festoni di carta si muovevano rumorosi, Pietro si avvicinò al mio orecchio e sussurrò: «Lo sapevo sai. Sapevo di questa festa a sorpresa».

Ecco Pietro era così: intelligente, generoso, mite (qualità riconosciute all’unisono da tutti coloro che lo hanno incontrato), ma anche attratto irresistibilmente dal poter smontare qualcosa che viene data dagli altri per scontata. Anche fosse solo una festa a sorpresa. Poi mi confessò che Carlo Bernardini (quanto manca anche la sua voce) gli aveva telefonato per scusarsi del fatto che non avrebbe partecipato alla sua festa a sorpresa. Perché anche Carlo Bernardini era così: refrattario al superfluo e concentrato sul necessario. La festa fu bella e tra noi amici ogni tanto ce la raccontavamo per tirarci su. Pietro Greco come amico e come intellettuale è stato un motore propulsore in ogni ambiente che ha attraversato. Dove c’era lui accadeva sempre qualcosa, fosse solo cambiare titolo a una festa tra amici. Come giornalista (lo ha ricordato in questi giorni Cristiana Pulcinelli) era un distruttore di false notizie. Come studioso e scrittore costruiva costantemente reti di persone, di significati, di conoscenze. Come insegnante faceva scuola, esercizio molto raro in questi tempi. Come uomo aveva una costante attitudine a guardare al futuro.

A differenza di molti suoi coetanei e non, Pietro Greco sapeva riconoscere l’innovazione, senza esibire l’entusiasmo del neofita, né criticarla a priori, ma capace di confrontarsi con essa usando la calma del ragionatore e la curiosità del ricercatore. Recentemente aveva scritto – da cronista come diceva lui – di come era cambiata la sua vita personale, la sua vita quotidiana, la sua vita sociale con la pandemia. (La vita dopo il/la Covid-19 a cura di Manuela e Alberto Redi, Ibis). Quello che colpiva in questo racconto di un inedito Pietro privato, era il giudizio sulle tecnologie digitali. «Non sono e non vorrei sembrare un apologeta acritico delle nuove tecnologie» scriveva. E aggiungeva: «Molte sono le “speranze infrante”, per usare un’espressione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, dell’era digitale. Ma in questo contesto e per quanto mi riguarda non mi limito a ringraziarle, le benedico».

Con l’uso delle piattaforme, dei social e dei diversi device, Pietro Greco diceva di aver potuto mantenere durante la pandemia tutte le sue attività, migliorando i prodotti e godendo del tempo liberato per la famiglia. Era la conferma che il distanziamento sociale è e deve rimanere solo distanziamento fisico. E che partendo da questo potevamo e dovevamo riflettere su come ricostruire la nostra comunità. Cosa più di questo narrare di sé può dare il senso del lavoro intellettuale di Pietro Greco? Un lavoro inteso prima di tutto come disciplina di vita, e poi vocato alla ricerca storica mai fine a se stessa, o apologetica, e sempre legata a comprendere l’oggi e a prepararci per il futuro.

Qualche giorno prima della sua morte mi aveva chiesto cosa Radio3 stesse preparando per l’anniversario dantesco di quest’anno: i settecento anni dalla morte del sommo poeta.

Anche in questa occasione, come era stato per anniversari di altri illustri umanisti (Leopardi, Rodari per citarne due assai diversi tra loro) Pietro scavava, leggeva, studiava e scriveva. Mi disse che gli sarebbe piaciuto raccontare Dante Alighieri come un comunicatore culturale. A partire dal Convivio, Dante auspicava che tutti potessero accedere al sapere anche quelli che non avevano studiato. Questo auspicio secondo Pietro è ancora oggi l’obiettivo principale di una buona comunicazione scientifica. Credo che Pietro stesse scrivendo un libro su Dante, e fosse pronto a raccontarlo alla radio. Purtroppo non ha fatto in tempo.

Così noi di Radio3 abbiamo provato a ricordare Pietro continuando, a modo nostro, il suo lavoro, riprendendo argomenti a lui cari e mimando quel suo sguardo sempre di insieme e sempre indirizzato alla comprensione del presente.

Sul nostro sito raiplayradio.it possono essere ascoltate e scaricate cinque Lezioni per Pietro. Cinque i temi: cittadinanza scientifica, diversità umana, ruolo della storia della scienza, la scienza e le donne, arte e scienza. Cinque i relatori e relatrici scelte tra coloro che hanno condiviso con Pietro Greco questi valori: Elena Cattaneo, Giovanni Destro Bisol, Walter Tocci, Elena Gagliasso e Bruno Arpaia.

Sono convinta che per chi ha letto i suoi scritti, ascoltato le sue puntate alla radio, oppure lo abbia avuto come insegnante, la scomparsa di Pietro sia stata la brusca frenata di un percorso di conoscenza e di consapevolezza. Pochi, in questo cammino, sapevano stargli al fianco. Ma ognuno di noi, nel proprio piccolo, seguiva a suo modo una strada tracciata.

Ora si tratta di riprendere a seguire quelle tracce costituite da alcuni concetti universali: il valore della conoscenza, l’attitudine al rigore, la propensione alla comunicazione aperta a tutti, l’impegno per la democrazia.

In questo libro sono raccolti alcuni degli articoli che Pietro ha scritto per Left. I temi ricalcano i suoi valori e le sue curiosità: la ricerca di base, la cittadinanza scientifica. Poi l’indefesso lavoro di intreccio tra letteratura, poesia, arte e scienza. E il suo impegno affinché la conoscenza sia un diritto garantito a tutti. Ogni articolo segue e rispetta il suo metodo di scrittura. Pietro scriveva molto.

Sosteneva di essere affetto da una strana malattia, «la sindrome scriptoria senile» – per cui diceva – «più passano gli anni più aumenta la quantità di libri che scrivo».

Nella scrittura Pietro si dimostrava generoso con i lettori e fedele a se stesso. Si parla di ciò che si conosce, per cui in ogni articolo o saggio o conversazione pubblica era evidente che Pietro Greco seguiva la sua regola aurea: prima si studia, poi si scrive quindi si racconta.

Vorrei citare, infine, un articolo in particolare, come caso-studio, esempio di come lavorava Pietro. L’articolo è recente, è stato pubblicato ad aprile scorso, ed è dedicato a Trotula, scienziata dell’anno Mille, prima donna medico in Europa dopo essersi formata alla celebre Scuola medica salernitana. Divenne nei secoli un personaggio nascosto e misterioso. Un anno prima della pubblicazione di questo articolo e anche del libro Trotula. La prima donna medico d’Europa (L’Asino d’oro, 2020), Pietro ed io ci trovammo a partecipare insieme a Padova, alla cerimonia finale del Premio Galileo. Lo incontrai in un bar seduto davanti a un caffè, con in mano un libro dall’aspetto inequivocabile di libro di biblioteca. Cosa leggi?- gli chiesi. E lui, a sua volta: «Conosci Trotula ? È una storia che merita di essere raccontata. La sto studiando».

Allora capii. Che scrivesse sul treno o leggesse in un bar, Pietro in questi momenti non poteva essere disturbato. Non lo celava e se lo anticipavi lasciandolo solo, ti sorrideva come un gatto. Sì, a me sembra che i gatti sorridano, talvolta.

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L’autrice: Rossella Panarese è stata per anni autrice e conduttrice di Radio3Scienza

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La presentazione del libro di Left “La lezione di Pietro Greco. Quando la divulgazione scientifica è un’arte” – 20 febbraio 2021:

 

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