Il conto alla rovescia è iniziato: ArcelorMittal ha ormai meno di 60 giorni per spegnere l’area a caldo dell’acciaieria Ilva di Taranto. Così ha deciso la prima sezione del Tribunale amministrativo di Lecce alla luce del rischio sanitario derivante dalle tossine emesse dagli impianti produttivi. Ma la verità è che il conto alla rovescia per la riconversione ecologica d’impianti produttivi come lo stabilimento siderurgico di Taranto è iniziato molto prima: quando l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) nel 2018 ha avvertito che dobbiamo dimezzare le emissioni climalteranti entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Infatti l’Ilva è la più grande fonte di emissioni di CO2 in Italia, se si includono nel calcolo anche le due centrali termoelettriche Cet2 e Cet3 asservite al ciclo siderurgico. Stiamo parlando di emissioni nell’ordine di circa dieci milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno: un vero e proprio climate monster.

Le acciaierie di Taranto non sono però solo un problema sanitario e climatico ma anche una realtà industriale che rischia di essere incapace di produrre profitti a lungo termine. Per tale ragione urge una chiusura programmata a fronte di un investimento ingente da parte dello Stato e dei privati e una riconversione economica accelerata in grado di garantire la continuità salariale e reddituale dei dipendenti. Una proposta che va in tale direzione è l’istituzione di un Tecnopolo mediterraneo per lo sviluppo sostenibile per fare di Taranto una Silicon Valley delle energie rinnovabili. Ma sebbene lo stanziamento di fondi per tale progetto risalga al 2018, i governi Conte 1 e 2 lo hanno lasciato lettera morta. La presa in carico dell’implementazione di questo progetto potrebbe rappresentare l’opportunità per il nuovo ministero della Transizione ecologica di dimostrare il cambio di passo rispetto al precedente dicastero.

Invece che pensare la tutela dell’ambiente e le politiche economiche come due ambiti a sé stanti, il…

 

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Gli autori: Lorenzo Fioramonti è docente universitario e deputato, iscritto al gruppo misto. È stato ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca nel governo Conte II. Riccardo Mastini è dottorando di ricerca in Economia ecologica ed Ecologia politica presso l’Istituto di scienze e tecnologie ambientali dell’Università autonoma di Barcellona


L’articolo prosegue su Left del 26 febbraio – 4 marzo 2021

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