Lunedì 8 marzo 2021. Luiz Inácio Lula da Silva (detto Lula) celebrerà questa data, non ad imperitura memoria delle conquiste sociali e della discriminazione delle donne, ma come il giorno della rinascita della sua vita politica. Tutti i processi penali nei suoi confronti sono stati annullati con un cambio di epilogo improvviso, quando la trama oramai veniva data per tracciata. Ciò che è accaduto ha evidenziando la fragilità del sistema democratico e giudiziario brasiliano. I difensori di Lula avevano, già dall’avvio delle indagini nel 2016, tentato di ricusare l’allora magistrato Sérgio Moro, per motivi di “incompetenza giurisdizionale”.

Due anni dopo, gli stessi avvocati sollevarono il “legittimo sospetto” che il magistrato stesse conducendo le indagini agendo in maniera arbitraria e infrangendo le basilari norme giuridiche. L’ex presidente veniva interrogato senza una previa notifica, l’intero staff difensivo era regolarmente intercettato e spiato, come anche la presidente Dilma Rousseff, la cui carica istituzionale richiedeva per l’avvio delle indagini nei suoi confronti l’autorizzazione da parte della Corte suprema. L’operazione Lavajato (Autolavaggio), condotta da Sérgio Moro, portò alla condanna in primo e secondo grado dell’ex presidente Lula per aver ricevuto tangenti, attraverso l’intestazione a prestanomi di immobili e ristrutturazioni.

La difesa di Lula nel processo ebbe negata ogni richiesta di ricorso che, secondo lo staff difensivo, avrebbe potuto tracciare in maniera chiara il flusso di denaro, scagionando così il loro assistito. Per sei anni Sérgio Moro ha agito indisturbato, senza che il Consiglio federale della magistratura evidenziasse un difetto di giurisdizione insegnato agli studenti del primo anno di Giurisprudenza, o che la Corte suprema (Stf) analizzasse, in tempi ragionevoli, gli atti illeciti commessi dal “paladino della giustizia” Moro, diventato nel frattempo eroe nazionale celebrato dal Carnevale ai salotti televisivi. Il giorno del suo insediamento come 38esimo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro inserì nel suo discorso queste parole di ringraziamento a Moro: «Ha realizzanto la sua missione. Se l’avesse eseguita male io oggi non sarei qui, quindi, parte di ciò che è accaduto nella politica brasiliana lo dobbiamo a Sérgio Moro».

Parole indubbiamente vere. La riconoscenza di Bolsonaro nei confronti di Sérgio Moro non si è fatta attendere, nominandolo ministro della Giustizia. Ci sono voluti sei anni perché il giudice della Corte suprema Edson Fachin, che aveva in precedenza accantonato i ricorsi della difesa, dichiarasse nulle le sentenze di Sérgio Moro contro l’ex presidente per “incompetenza territoriale”. La vittoria di Lula dell’8 marzo, tuttavia, sembra aver avuto lo scopo di salvaguardare la tenuta del sistema giudiziario, che era stato ampiamente manipolato da Moro e dal procuratore Deltan Dallagnol, a capo della task force della Lavajato, accorpando al processo sulla “competenza territoriale”, quello che vedeva l’ex magistrato imputato per aver falsato atti processuali e condizionato le testimonianze.

Le modalità con cui il giudice Fachin ha provato ad archiviare le accuse di “legittimo sospetto” nei confronti di Sérgio Moro, trattandole come un’appendice del processo in cui ha annullato le sentenze di condanna a Lula ha fatto, però, insorgere gli altri giudici della Corte suprema che, il 10 marzo 2021, si sono pronunciati contro le azioni illecite dell’ex magistrato. Secondo quanto sostenuto da Gilmar Mendes, uno dei giudici del Stf, Sérgio Moro aveva messo in piedi «un sistema sovietico di monitoraggio delle strategie della difesa dell’ex presidente Lula». Anche il giudice Ricardo Lewandowski ha esternato la posizione di un evidente «abuso di potere dell’ex magistrato (Moro, ndr)» che aveva dimostrato, secondo le carte analizzate, di avere un «completo disprezzo per il sistema processuale del Paese».

Ad oggi la decisione finale del Stf sulle responsabilità di Moro è stata rinviata su…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 marzo 2021

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