Aveva puntato tutto sul successo della campagna vaccinale convinto che, nel mezzo di una pandemia, l’avere oltre metà della popolazione israeliana vaccinata gli avrebbe garantito il successo alle urne. E invece non è andata così per Benjamin Netanyahu, al potere in Israele dal 2009. Le elezioni dello scorso 23 marzo hanno ribadito infatti quello che le altre tre tornate elettorali (in soli due anni) avevano già espresso chiaramente: a trionfare è lo stallo politico perché «re Bibi» non ha la maggioranza necessaria per formare una coalizione governativa. I cinque partiti religiosi e di estrema destra del suo presunto blocco conquistano 59 scranni, 2 in meno per ottenere la maggioranza. Certo, il partito del premier più longevo della storia israeliana, si conferma nuovamente la prima forza politica con 30 seggi staccando di oltre una decina di deputati il suo principale oppositore, il centrista Lapid di Yesh Atid (“C’è futuro”). Tuttavia, è per ora una vittoria di Pirro.

Da astuto politico, Bibi aveva provato a giocare tutte le carte a sua disposizione pur di vincere per salvarsi dal processo per corruzione e abuso d’ufficio a cui è sottoposto. Aveva decantato lo scorso anno il successo dell’Accordo di Abramo firmato da Israele con quattro Paesi arabi (e benedetto dall’ex amministrazione Usa di Trump). Ma né la pace con gli arabi – ormai sempre meno una preoccupazione per la maggior parte degli israeliani – né il pugno duro contro il principale rivale israeliano (Teheran) potevano avere molto appeal. Ecco allora che Bibi aveva ripiegato sulla velocità della campagna di immunizzazione compiuta dal suo governo. Un «modello» che, oltre a salvare vite umane, ha anche nascosto in parte le grandi inefficienze del suo esecutivo nel fronteggiare l’epidemia e la grave crisi economica dovuta alle restrizioni anti-coronavirus.

La non vittoria di Netanyahu è nei numeri ufficiali: rispetto alle elezioni dello scorso marzo, il suo Likud ha…


L’articolo prosegue su Left del 2-8 aprile 2021

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