«C’era una volta un bambino che faceva tante domande e questo non è certo un male, anzi un bene. Ma alle domande di quel bambino era difficile dare risposta. Per esempio egli domandava: perché i cassetti hanno i tavoli? La gente lo guardava e magari rispondeva: i cassetti servono per metterci le posate. Lo so a che cosa servono i cassetti, ma non so perché i cassetti hanno i tavoli. La gente crollava il capo e tirava via. Un’altra volta lui domandava: perché le code hanno i pesci? … La gente crollava il capo e se ne andava per i fatti suoi. Il bambino, crescendo non cessava mai di fare domande». Gianni Rodari è uno straordinario osservatore dei caratteri dei più piccoli. Raccontati in Favole al telefono con serio umorismo. Ma nel caso del protagonista di “Tante domande” la morale non colpisce propriamente nel segno. Non è il bambino che non fa le domande giuste. Ma gli altri che, volendo fornire risposte convenzionali, si indispongono per quesiti inconsueti. Già, perché le domande sono necessarie. Sempre. A partire dalla scuola. Chiedere è un esercizio per allenare la propria curiosità. Per dare respiro alle idee. Farle crescere.

«Né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore», racconta a Virgilio e Dante, nel XXVI canto dell’Inferno, Ulisse. Che nel proemio dell’Odissea è definito polutropon, cioè «colui che è capace di volgersi con la mente in varie direzioni». Perché anche questo produce la curiosità. Un’agilità mentale, altrimenti irraggiungibile. La capacità di non fermarsi. Mai. Alle parole ascoltate. Alle spiegazioni impartite. Alle notizie filtrate. La curiosità accende la fantasia. Provoca scintille che danno forma ad idee. Alimenta la complessità. Necessaria per…


L’articolo prosegue su Left del 9-15 aprile 2021

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