Precari. Misconosciuti. Discriminati. Le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, quasi 330mila persone (secondo l’Inps, ma è una stima al ribasso) tra attori, concertisti, orchestrali, tecnici, impiegati, ecc., hanno visto nell’ultimo anno sommarsi le difficoltà e i problemi dell’epoca pre Covid agli effetti del parziale congelamento delle nostre vite legato all’emergenza sanitaria.

Tradotto: se prima la maggior parte di loro guadagnava poco e aveva poche tutele, adesso la situazione si è esasperata. Molti professionisti non hanno visto un euro degli ambiti ristori.

Altri hanno ricevuto una somma che non permette una vita dignitosa. In tanti hanno dovuto arrangiarsi lavorando in altri settori. Per questo, in tutta la Penisola, sono nate mobilitazioni dal basso, organizzate da coordinamenti, collettivi, gruppi informali.

Il cui scopo non è solo garantire subito la sopravvivenza di chi lavora nello spettacolo, ma cogliere anche l’occasione per ribaltare quella famosa “normalità” che era assai problematica, arrivando a riconoscere una volta per tutte l’identità e il ruolo dell’artista. E la politica, dal canto suo, per la prima volta, sembra costretta ad interessarsi al tema.

«La pandemia si è rivelata anche un’opportunità, perché finalmente si sono accesi i riflettori su tutto il comparto», dice a Left Barbara Folchitto, attrice e animatrice di Presidi culturali permanenti. «Lo scorso anno abbiamo iniziato a mettere su una rete di attori, siamo partiti assieme a gruppi attivi già in precedenza, come Cresco, Facciamolaconta, poi siamo confluiti in Attrici e attori uniti, che è nata come chat Telegram. Da lì ci siamo divisi in tavoli di lavoro e abbiamo iniziato a studiare le nostre professioni, dal lato normativo e legislativo». La rete si è composta via via da professionalità di vario tipo.

«Siamo attori dell’audivisivo, della prosa, speaker, formatori in scuole pubbliche e private, ecc. e per alcuni di questi ruoli non esiste un inquadramento contributivo – prosegue Folchitto -. Il lavoro nero nel nostro ambito è diffuso e quando non ci sono regole chiare è facile che il Far west prenda piede. Tale situazione insostenibile si è manifestata in modo evidente quando il governo ha dovuto predisporre i ristori. Abbiamo dovuto chiedere che l’indennità Covid fosse concessa a chi avesse maturato anche solo sette giornate contributive dall’1 gennaio 2019, per evitare che la maggior parte di noi fosse esclusa dal bonus. Inoltre, i più fortunati tra noi che hanno avuto accesso a tutti i bonus nel 2020 hanno ricevuto solo 4.800 euro. È assurdo».

I ristori, insomma, hanno…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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