Senatrice Segre, quali risultati si aspetta dal lavoro della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio?
Finalmente dopo il lungo periodo di impedimenti imposti dalla pandemia, i lavori parlamentari possono riprendere in condizioni di più piena efficienza. È stato quindi possibile costituire la presidenza della Commissione straordinaria contro gli hate speech, passaggio indispensabile per iniziare i lavori. Colleghe e colleghi di tutte le parti politiche hanno realizzato la più ampia convergenza sul mio nome per la presidenza, sono davvero molto onorata e grata a tutte e tutti. In primis alla presidente Elisabetta Alberti Casellati, sempre molto presente e sensibile. Nei limiti delle mie forze cercherò di corrispondere al meglio a questo importante incarico. Riunirò quanto prima l’ufficio di presidenza per stabilire un piano di lavoro, una serie di audizioni, ricerche, raccolte di materiali, testimonianze e tutto quanto potrà essere utile conoscere ed approfondire. Ricordo che questa è una Commissione straordinaria di conoscenza e studio, non ha affatto poteri né di indagine né, ancor meno, giudiziari e para-giudiziari. Noi conosciamo, studiamo, approfondiamo, forniamo materiali e riflessioni, testimoniali e scientifiche, italiane e internazionali, perché il Parlamento possa essere messo nelle condizioni di legiferare con la più piena cognizione di causa.

Lei più volte ha denunciato che parole di odio, comportamenti e fake news in passato sono stati il terreno fertile per atti discriminatori e razzisti che in Italia sono sfociati nelle leggi razziali. In che modo la Commissione può arginare questa deriva?

Non c’è dubbio che ignoranza e atteggiamenti violenti e discriminatori si presuppongono e si alimentano. Questo in verità è sempre accaduto nella storia dell’umanità. Una democrazia matura ne è consapevole. Proprio per questo coltiva storia, memoria, educazione, formazione. Ma non c’è dubbio che oggi il problema ha acquistato un profilo nuovo. Tanto “quantitativo” quanto “qualitativo”, dovuto all’enorme diffusione dei social media, cioè di strumenti di comunicazione che mettono nelle mani tendenzialmente di tutti la possibilità di diffondere informazioni, linguaggi, pensieri, ma sempre più spesso anche insulti, offese, falsità. La portata dei fenomeni è cresciuta esponenzialmente, in una spirale che si autoalimenta e che pone proprio alla democrazia problemi inusitati, tanto più urgenti da affrontare. La Commissione nasce da questo. Da questo quadro, dall’urgenza delle questioni, dalla necessità di conoscere e di prospettare soluzioni, che poi il Parlamento assumerà nelle forme e nei tempi che riterrà.

«La storia è un “bene comune”. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini» lei ha detto in un appello in favore della tutela dell’insegnamento di questa materia. La Commissione può contribuire a mettere in chiaro una volta per tutte cosa è stato e cosa ha fatto il fascismo e a confutare il mito di “italiani brava gente” che ancora oggi persiste?

Il mio impegno di testimone e di parlamentare per lo sviluppo della conoscenza storica e in generale per la migliore formazione di ragazzi e ragazze rientra proprio nella consapevolezza dei problemi di cui dicevo sopra. La democrazia deve rispondere nel suo insieme: come scuola, come sistema dell’informazione, come istituzioni politiche, locali, nazionali e internazionali, per arginare fenomeni come la violenza fisica o verbale. Se non riusciamo a garantire questa crescita generale della nostra società, pretendere di arginare la marea di fake news ed insulti sarà come vuotare l’oceano con un bicchiere d’acqua. Una volta Piero Gobetti scrisse che il fascismo era “l’autobiografia della nazione”, di un Paese povero, ignorante, rancoroso, senza una classe politica davvero nazionale, democratica, responsabile. La dittatura nacque proprio da un fallimento storico delle classi dirigenti. Ancora una volta la storia ci deve essere maestra.

Premesso che il fascismo e il razzismo non sono opinioni ma crimini, come si può rispondere a chi “accusa” la Commissione di essere un mezzo per limitare la libertà di pensiero e di espressione?

Ho provato a dirlo già all’inizio: noi non accusiamo e non condanniamo nessuno. Ma certo terremo i fari accesi sui problemi, contribuendo a individuare cause, responsabilità, possibili soluzioni. L’ultima cosa che potrebbe venirci in mente è privare qualcuno della libertà di opinione e di espressione. Certo però la libertà mai è licenza, impunità, arroganza. Il limite è sottile, ma una classe politica degna di questo nome non può rinunciare al dovere di individuarlo e seguirne le linee e gli sviluppi. Vorrei concludere, proprio in fatto di libertà, ricordando che l’articolo uno della nostra Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». La libertà è un costrutto, storico e giuridico. Ha sempre dei “limiti”. Questi “limiti” sono costitutivi della libertà. Non la impoveriscono, la arricchiscono. Perché la rendono esercizio di responsabilità. L’unico veramente degno di un essere umano. La libertà di ognuno come condizione della libertà di tutti, che poi significa che la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri. Nessuno può dire: “Faccio come mi pare!” Non solo perché non è possibile, ma perché non è giusto.

Zaki e il ricordo

di «quei giorni in cella»

«Non perdono e non dimentico, ma non odio», ha detto in più occasioni la senatrice a vita Liliana Segre. Anche se quando, a 14 anni, riconquistò la libertà dopo l’internamento ad Auschwitz era ridotta a pelle e ossa e aveva sul cuore il macigno della perdita dei propri cari uccisi dai nazisti. Aveva visto e sperimentato nel lager come sistematicamente i nazisti cercavano di annichilire e annientare l’identità umana degli innocenti internati, donne, uomini, bambini come lei, cercando di ucciderli psichicamente, prima ancora di farlo materialmente, fino a far sparire i loro corpi cercando di cancellarne anche la memoria.

Dobbiamo molto a Liliana Segre, anche per questo, per aver rifiutato il veleno dell’odio, per aver avuto il coraggio di ricordare e testimoniare, per tanti anni andando nelle scuole a parlare con i ragazzi, scrivendo libri come il recentissimo Ho scelto la vita (Solferino), La memoria rende liberi (Rizzoli), La sola colpa di essere nati (Garzanti). Le dobbiamo molto per il suo lavoro di senatrice.

La settimana scorsa Liliana Segre, che a settembre compirà 91 anni, si è messa in viaggio nonostante la pandemia per poter votare in Aula a favore del conferimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki. «C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare – ha detto pubblicamente – ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà». «Ricordo – ha aggiunto – cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra e qualcuno entri e ti faccia o ti dica qualcosa che ti possa far soffrire ancora di più».

La difesa della libertà, dei diritti e dei valori umani è il filo rosso che connota da sempre il suo impegno, come testimone sopravvissuta al lager, come scrittrice e come senatrice. Lo stesso che l’ha portata a promuovere, con coraggio e tenacia, una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo. L’iter è stato lungo e faticoso. Fu istituita al Senato con una mozione approvata il 30 ottobre 2019, senza i voti di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia (in tutto ebbe 151 sì, 98 astensioni e nessun no). E ci è voluto più di anno perché diventasse operativa. Left aveva promosso un appello firmato da Furio Colombo e molti altri, perché la Commissione potesse cominciare a svolgere il proprio compito che è di ricerca e di studio. E ora che la Commissione è stata varata siamo grati alla senatrice Segre anche perché ha accettato di presiederla. Buon lavoro! s. m.


L’articolo prosegue su Left del 23-29 aprile 2021

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