Come sarà il mondo (e l'Italia) dopo la pandemia?

«Devo confessare il mio sconforto a leggere il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) proposto dal governo Draghi e recentemente approvato dal Parlamento. Fin dal linguaggio che vi viene usato. Siamo alle solite. Sembra davvero che la pandemia non ci abbia insegnato nulla». Non usa mezzi termini il fisico Guido Tonelli sul Corriere della sera nell’argomentare perché il Pnrr è assolutamente deludente sotto il profilo della ricerca e dell’istruzione.

L’ordinario dell’Università di Pisa (che ha partecipato all’esperimento del Cern che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs) parla di poche briciole stanziate per la ricerca, denuncia l’assenza di investimenti strutturali e, tra i punti di maggior delusione, rileva l’assoluto silenzio riguardo all’assunzione di ricercatori. Diamo uno sguardo alle cifre: con il Pnrr l’Italia arriva a investire in ricerca e sviluppo lo 0,6 per cento del Pil (fin qui era lo 0,5), a fronte dello 0,75 della Francia e l’1 per cento della Germania. E Francia e Germania già stanno pianificando di rilanciare.

E ancor più deprimente appare il piano draghiano se messo a confronto con il Plan de relance approvato per la Francia, scrive Tonelli. Che l’auspicato e necessario cambio di passo riguardo a istruzione e ricerca in Italia non avvenga neanche ora che arrivano i soldi del Next generation Eu è un fatto gravissimo. E stupisce che tutto ciò avvenga nel silenzio più assordante. Ci saremmo aspettati barricate anche in Aula. Ma in Italia non c’è una reale opposizione in Parlamento, se non quella numericamente sparuta di Sinistra italiana.

L’analisi critica del Pnrr che dipana su Left la docente universitaria Serena Pillozzi (responsabile salute e ricerca nella segreteria nazionale di Sinistra italiana) parla chiaro: i soldi messi a disposizione per la ricerca sono pochissimi. Sotto la voce “dalla ricerca all’impresa” sono previsti 11,44 miliardi di euro. E di questi la parte destinata alla ricerca di base è estremamente esigua.

La richiesta che veniva dal mondo accademico e avanzata dal fisico Ugo Amaldi del Cern chiedeva che si arrivasse a 20 miliardi. Draghi in questi mesi ha fatto un gran parlare di giovani ma per il finanziamento di progetti presentati da ricercatori restano appena 600 milioni di euro e il sostegno alle borse di studio è irrisorio.

In sintesi «il Pnrr del governo Draghi ha rinnovato la scelta di sotto finanziare la ricerca di base privilegiando la ricerca finalizzata a favore dell’impresa privata, penalizzando severamente la potenzialità e creatività della ricerca limitando conseguentemente la vera innovazione», scrive Serena Pillozzi. E sappiamo che è proprio la ricerca di base, che esplora lo sconosciuto, a portare a scoperte inaspettate e al progresso scientifico.

La pandemia ha fatto registrare un grande cambiamento nel rapporto fra politica e scienza. Per la prima volta abbiamo visto scienziati al fianco dei politici nel momento di prendere decisioni importanti per la salute dei cittadini. Ma la lezione rischia di essere troppo in fretta accantonata, specie in Italia. Il calcolo ragionato di Draghi sulle riaperture non è stato argomentato sulla base di evidenze scientifiche. È stato detto scommettiamo e vediamo come va. E mentre continuano ad esserci 300 morti al giorno si riapre tutto.

Il governo Conte aveva promesso di fare una operazione trasparenza sui dati scientifici che riguardano la pandemia, mettendoli a disposizione di tutti. Così non è stato. E non è avvenuto nemmeno con il governo Draghi. È stato fatto un accordo fra Istituto superiore di sanità e Accademia dei Lincei, ma non è sufficiente fare un accordo fra enti.

Come osserva il tesoriere dell’associazione Coscioni Marco Cappato la pandemia ha reso evidente la necessità di una scienza aperta, ma questo obiettivo non è stato raggiunto in Italia per questo l’associazione ha attivato CovidLeaks, un sito che ha come obiettivo la raccolta e la diffusione dei dati su cui vengono decise chiusure e prese misure, chiedendo ai cittadini di collaborare.

«Il sovranismo scientifico ha un impatto disastroso sulla ricerca» rimarca Elena Cattaneo in un’ampia intervista in cui incalza il governo perché sostenga maggiormente la ricerca, asse determinante non solo per arrivare preparati alle sfide che ci attendono in futuro, ma anche per i nuovi orizzonti scientifici che si stanno già aprendo. I massicci investimenti pubblici che hanno permesso di arrivare in tempi rapidi ai vaccini, la quantità e qualità di ricerche che sono state svolte in poco tempo da gruppi di ricercatori che hanno lavorato in contemporanea in tutto il mondo avranno certamente ricadute positive anche in altri ambiti della medicina.

In particolare lo sviluppo di vaccini con tecnologia che usa l’Rna messaggero «potrebbe determinare un salto quantico anche nel trattamento di altre patologie», dice la scienziata e senatrice a vita. In particolare per alcune forme di tumore. Ma non solo.
In un momento storico così drammatico ma in cui si scorgono anche possibilità impreviste per costruire un futuro più umano mettendo al centro la scienza, la salute, il benessere psico-fisico e la tutela dell’ambiente non è accettabile che i paraocchi imposti da una visione vecchia ancora di stampo neoliberista ci facciamo perdere il treno. Quello dei finanziamenti del Next generation Eu non ripasserà.

Ma come scrivono i deputati Lorenzo Fioramonti e Rossella Muroni, che hanno dato vita a FacciamoEco, il piano proposto dal governo Draghi rischia di essere un’occasione persa anche per quel che riguarda la transizione ecologica. Con il ricercatore Riccardo Mastini lo argomentano qui in un chiarissimo articolo. Invertiamo la rotta prima che sia troppo tardi.


L’editoriale è tratto da Left del 7-13 maggio 2021

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