Dopo le rivolte palestinesi di maggio e l’attacco israeliano su Gaza, le idee e le speranze di una nuova generazione di ebrei e palestinesi che vive in Italia e nel mondo

Nel mese di maggio segnato dalle rivolte palestinesi, duramente represse dalle forze israeliane, dal lancio di razzi di Hamas e dal furioso attacco israeliano su Gaza, è venuta alla ribalta una nuova generazione sia in Palestina/Israele che in Italia e nel mondo. Diamo la parola a giovani ebrei e giovani palestinesi.

Micol, Daniel, Alessandro

C’è chi vive in Italia e chi in Israele

Micol, 24 anni, nata e cresciuta in Italia. Figlia di profughi ebrei scappati dalla Libia nel 1967, dopo un violento pogrom pan-islamico ai danni della popolazione ebraica. Studia per un Master a Londra in Politiche Globali. Laureata in Diritto Costituzionale tra Roma e Tel Aviv. Ha vissuto in Israele circa tre anni e si è impegnata sul campo, principalmente nei Territori Occupati, per una pace giusta e duratura nella Regione; Daniel, 36 anni, nato e cresciuto in Italia, da tre anni è in Israele, dopo aver studiato in vari Paesi. Vi si è trasferito per lavoro, ma anche perché considera Israele un posto in cui “mi è relativamente facile sentirmi a casa – avendo già amici, conoscendo abbastanza bene storia, politica, lingua”; e anche perché, diventando facilmente cittadino, “posso far contare la mia voce politica per migliorare il paese”. Alessandro, 29 anni, nato a Milano, vive a Gerusalemme, non ha avuto problemi ad integrarsi, e si reca regolarmente in Palestina.

Una valutazione delle politiche israeliane
Tutti e tre dissentono da molte delle politiche israeliane, in particolare quelle nei confronti dei palestinesi e dei rifugiati africani. «Nelle agende politiche dei partiti di maggioranza non vi è mai stato neanche un accenno alla questione palestinese, se non in termini di sicurezza per il paese». Micol aggiunge: «Non esiste nessun reale interesse da parte della classe politica israeliana di porre fine ad un sistema di disuguaglianze che rappresenta uno status quo nei Territori Occupati. Come donna, ebrea, il mio impegno per la causa palestinese è correlato a quello per migliorare il futuro di Israele. Nessuno di noi è veramente libero, fino a quando tutti non saranno liberi».

I successi di Netanyahu e il nuovo possible governo senza di lui
Alessandro trova che «Il successo di Netanyahu sia derivato dal mantenere la narrativa del nemico comune. Non è un caso che colui il quale attaccava più duramente I. Rabin, cavalcando l’onda di odio che spaccò in due il Paese tra “fedeli e traditori” sia stato eletto subito dopo l’assassinio del politico laburista». Daniel: «Netanyanhu è giunto al potere nel 2009, dopo una terribile stagione di attentati da parte palestinese, e con una sinistra fortemente indebolita. Ha convinto l’elettorato israeliano gestendo lo status quo con i palestinesi, con un “divide et impera” e una lenta intensificazione dell’occupazione. Ha stretto i legami con paesi arabi come l’Arabia Saudita e con le destre occidentali, consentendo agli israeliani di vivere in relativa sicurezza e all’economia di fiorire, malgrado forti e crescenti disuguaglianze. La fine dell’era Netanyahu è ora possibile, per due ragioni: i processi per corruzione e le sue reazioni “berlusconiane”; il gran numero di (ex) alleati che scalpitano per rimpiazzarlo. È molto interessante il nuovo accordo di governo col partito arabo Ra’am. Da un lato, indica una nuova apertura del mainstream politico israeliano ai partiti arabi. Dall’altro, c’è un allontanamento di parte della società arabo-israeliana dai palestinesi dei territori occupati.

La legge costituzionale su Israele come “Stato-nazione degli ebrei”
Micol e Daniel concordano sul fatto che la legge del 2018, anche se in teoria non intacca i diritti individuali dei cittadini non ebrei, di fatto li relega a cittadini di serie B. In altre parole – dice Micol questa legge mette nero su bianco il fatto che lo Stato appartiene più ad un ebreo americano o belga piuttosto che a un cittadino arabo nato nel paese. Non a caso è già stata invocata in Tribunale per giustificare scelte segregazioniste di amministrazioni locali. Alessandro aggiunge: la legge conferma una realtà già presente sul territorio da decenni. Ci sono diverse categorie di cittadini, ma la narrativa accettata è solo una. A questa egemonia “sionista” (in senso lato) vengono legate la lingua ufficiale e la Storia insegnata. Denota una forte insicurezza nell’affermazione della propria identità, terrorizzata dal poter coesistere con altre.

L’interesse per la “questione palestinese”
Micol lo nutre da sempre. «La maggior parte della mia famiglia vive in Israele e ho diversi amici sia israeliani che palestinesi. C’è il legame profondo , la preoccupazione per la tua famiglia e i tuoi amici in Israele, ma anche la lucida consapevolezza che la situazione attuale nei Territori Occupati rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni. Le attività di solidarietà congiunta sono varie: raccolta delle olive, costruzione di strade o case distrutte… Da lontano, continuo il mio impegno informandomi e facendo informazione, etc…». Per Alessandro l’interesse nasce dallo studio della Storia. «Avendo studiato in un liceo ebraico ho assorbito sin da giovane informazioni completamente distorte riguardo alla realtà sul territorio che ho riscontrato nella mia prima esperienza in I/P nel 2010/11. Ho voluto approfondire la questione viaggiando in West Bank, facendo amicizie a Haifa e Jaffa, parlando con diverse persone con tante storie diverse, e continuerò».

La rivolta palestinese, le nuove generazioni in diaspora, la convivenza
Alessandro constata amaramente quanto fosse fragile una “convivenza” che forse non è mai stata tale, perché il palestinese israeliano è accettato solo se rinuncia alla sua identità. Gli eventi recenti hanno risvegliato una generazione sulla realtà della coabitazione. Avere un partito arabo ad appoggiare il prossimo governo non può nascondere la frattura riemersa nelle ultime settimane. Amici palestinesi del 48 che vivono a Gerusalemme hanno lasciato la città perché hanno paura di parlare in arabo, di vivere nella parte “sbagliata” di una città segregata e profondamente disunita, al contrario della narrativa stantia della Gerusalemme “capitale unica e indivisibile”. Daniel ritiene invece che la convivenza sia una realtà in molte parti di Israele, ma «Gli ultimi eventi hanno reso questa realtà molto più complessa di quanto già non fosse. Il rischio è che nei prossimi anni la realtà dell’occupazione, fra episodi di violenze etniche reciproche e abusi della polizia, si estenda a tutto Israele».

Micol e Daniel osservano che in Israele, soprattutto negli ultimi tempi, cresce la speranza che la sinistra possa rinascere da una partnership di ebrei e arabi. I partiti della sinistra sionista eleggono deputati arabi, cresce il numero degli ebrei di sinistra che votano partiti arabi. Micol aggiunge: «Ho fatto parte di movimenti ebraico-arabi come Standing Together, Peace Now… La strada è lunga e difficile, ma ci sono tanti giovani sia in I/P che in Diaspora che continuano a lavorare insieme per un futuro giusto per tutti, con la consapevolezza che nessuno andrà via da quella terra, e che bisogna trovare il modo di vivere insieme». D’altra parte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti i giovani ebrei e i giovani democratici hanno maturato una cultura anti razzista e critica nei confronti delle politiche israeliane. Alessandro ritiene essenziale il ruolo dell’ebraismo diasporico. «Qua in Israele non vedo possibilità di cambiamento nella popolazione ebraica (secondo una ricerca circa l’80% dei giovani tra 18 e 24 anni si dichiara di destra!). La disumanizzazione dell’Altro, il non riconoscimento del Soggetto palestinese e l’educazione machista e militarista hanno creato una distanza incolmabile. Nella Diaspora c’è (non sempre) una visione più lucida, perché fuori da una società perennemente traumatizzata. Il discorso è molto diverso per i giovani palestinesi tra il Giordano e il mare».

Criticare le politiche di Israele è antisemita?
Tutti e tre concordano sul fatto che he l’antisemitismo esiste, a destra e a sinistra, tra gli ignoranti e tra i colti, e fa male. Micol aggiunge: «Più di una volta mi sono trovata di fronte ad un antisemitismo più o meno consapevole, celato dietro le invece legittime critiche al governo israeliano». Questo è oggi l’ostacolo principale per una collaborazione diretta tra gruppi portatori di valori in parte simili ma con identità differenti. Bisogna cominciare a costruire un presente inclusivo per tutti e l’impegno sulla questione palestinese e per la fine dell’occupazione e quello contro l’antisemitismo – ed ogni forma di razzismo- sono due imperativi che devono poter camminare insieme.
Tutti e tre concordano che l’accusa di antisemitismo è spesso e volentieri strumentalizzata e politicizzata fino ad includere ogni critica al governo israeliano. Chi fa questa operazione è parte del problema e toglie valore alla lotta contro l’antisemitismo. Alessandro specifica che «definire il Bds (Boycott, divestment and sanctions, campagna globale contro la politica d’Israele) come “antisemita” mentre è opposizione non-violenta a un sistema ritenuto ingiusto, è una distorsione della realtà. L’antisemitismo esiste e va combattuto ma definire antisemita chi immagina un sistema economico e socio-giuridico più equo in I/P è sbagliato e controproducente».

Maya e Karim

Maya ha 21 anni, nata a Roma, da genitori palestinesi. Studia scienze politiche e relazioni internazionali. Fin da piccola attiva nello spiegare a compagni/e di scuola la storia vera della Palestina.
Anche Karim è nato a Roma, da padre palestinese e madre italiana. È cresciuto in Calabria, poi a Roma per gli studi universitari. Laureato in psicologia, lavora in una cooperativa (ex sprar) con ragazzi e ragazze rifugiati. Attivista da sempre, cercando di informare le persone su quanto succede nella sua terra.

La rivolta dei giovani, ovunque, uniti senza partiti né istituzioni

Maya: Ciò che sta accadendo in quest’ultimi giorni in Palestina, dimostra che il processo di pulizia etnica cominciato 73 anni fa nei confronti del popolo palestinese ancora continua. I giovani che sono scesi in strada, sono pieni di rabbia e dolore ma allo stesso tempo hanno forza, coraggio e voglia di continuare a lottare per difendere la propria terra e le proprie case. Hanno messo da parte le divisioni politiche, per combattere il vero nemico, Israele: dai palestinesi del ’48, ai palestinesi di Gaza, Cisgiordania, ai campi profughi in Palestina, Libano, Giordania e Siria, ai palestinesi in diaspora. Abbiamo capito che le intenzioni di Israele sono quelle di rendere Gerusalemme capitale ďIsraele e quindi realizzare il piano di Trump del 2016. Ma per noi Gerusalemme è intoccabile e resterà per sempre la capitale della Palestina.
Karim osserva che «i giovani attivi sono tantissimi, ma che spesso conta più l’eco mediatica che non le loro capacità espressive. Scendere in piazza, attivarsi concretamente, è l’unico modo per mostrare la propria presenza. È innegabile che la critica venga fatta sia al partitismo, incapace di rappresentare le diversità di opinione della popolazione, che alla politica, rappresentata da modalità proprie del tifo calcistico. Questa unità adesso fa notizia perché c’è stata la capacità di fare passi concreti che non potevano non essere visti; c’è stata la decisione dei singoli e dei gruppi di muoversi insieme per qualcosa che ha un’importanza fondamentale».

Anche in Italia come in Palestina la nuova generazione è protagonista critica

Karim è esplicito: siamo ancora schiavi, politicamente parlando, di concetti ormai antichi ma che si ripetono costantemente, vale per la Palestina come per l’Italia. La nuova generazione sarà protagonista con le proprie idee, non con quelle della vecchia classe dirigente. Io mi sono impegnato in questo grazie alla scoperta di un gruppo di ragazzi palestinesi in Italia su WhatsApp e la formazione di un gruppo di giovani universitari italo-palestinesi. Tante voci e tante idee, non una sola voce. Mi sono confrontato con tantissimi ragazzi diversi. Condannano quanto accade, anche all’estero. Ma Israele è come le sigarette: molti le condannano, non le fumano, sanno che fanno male. Eppure nessuno ha potere a sufficienza per impedirne il mercato. Troppo potenti le multinazionali produttrici e troppi soldi in gioco con i vari governi. Noi, gente comune, italiana, palestinese, e di altre parti nel mondo, abbiamo idee diverse da quelle che ci propinano. Ma abbiamo poco potere…

Maya: «Mi sono sentita in dovere di fare qualcosa di più forte per il mio popolo, di alzare la voce e far conoscere a più persone il vero volto ďIsraele. Qui in Italia, vorrei far conoscere la vera storia, la cultura e le tradizioni del mio popolo. Con il gruppo dei giovani palestinesi di Roma vogliamo andare nelle scuole, università, organizzare eventi e manifestazioni per mostrare la realtà ed essere la voce di chi il mondo ignora. Riteniamo che il cambiamento debba partire dalle scuole, dall’Univeristà. Personalmente penso che sia fondamentale boicottare Israele a livello accademico».

Israele, Gaza, Hamas, la violenza delle armi

Sia Karim che Maya non condividono le scelte politiche di Hamas. Karim non vuole giudicare le azioni conseguenti a violenze subite, individuali o collettiva, ma dice: «Da chi governa mi aspetto altro. Non di condannare a morte uomini, donne e bambini solo per dare un messaggio. La rabbia si può trasformare in lotta fruttuosa, ma quello che è stato fatto non ha valore di strategia. Hai fatto parlare di te, ma non hai ottenuto un vantaggio. La violenza deve essere una cosa del popolo. Il governo dovrebbe avere altri modi di veicolare le proprie emozioni. Scuola, sanità, uguaglianza di genere e di scelte. Io stesso “bombarderei Israele” incessantemente. Ma non sono a capo di nessuno. Se avessi responsabilità su altre persone, non agirei secondo il mio “stomaco” ma farei qualcosa di più duraturo. Dovremmo imparare a costruire qualcosa di più potente e duraturo delle armi: la cultura. La Palestina è ancora viva grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle che lottano in patria e dei nostri genitori, che hanno mantenuto la cultura, sapendoci arricchire e portare quanto accade in Palestina anche qui».
Maya è drastica: quello che avviene in Palestina non è una guerra (tra Hamas e Israele) ma un massacro, un genocidio. Non condivido la politica di Hamas, ma quella dei palestinesi è stata una reazione. Noi abbiamo il diritto di difenderci, anche secondo il diritto internazionale. Hamas, ha sfruttato la situazione per far parlare di se soprattutto in vista delle elezioni, mostrandosi come l’unico partito della resistenza. Io ritengo che la vera resistenza del popolo palestinese sia continuare a scrivere e studiare, perché Israele cerca di cancellare la nostra identità e la nostra cultura.

Dopo il cessate il fuoco. Il futuro, la comunità internazionale

Karim vede il futuro incerto. «Da un lato c’è una crescita culturale, la dignità e lo sviluppo umano, la possibilità di conoscere il mondo e le sue diversità, l’educazione, la sanità, la crescita senza cozzare contro la natura, mentre il percorso che, temo, si è imboccato punta ad una omogeneizzazione scriteriata. Lo sviluppo tecnico supera per importanza quello umano, e l’educazione serve solo a uniformare. Prima di rivolgerci a enti come comunità internazionale, Unione Europea ecc, dobbiamo lottare insieme, come esseri umani, studenti, operai, personale sanitario, insegnanti. Le istituzioni, alla fine, siamo noi. Si deve sentire che stiamo iniziando un movimento che arriverà, con la cultura e con la rabbia, anche là. Che vogliamo prendere la strada che porta alla Palestina, ed abbandonare quella che porta ad Israele. Maya pensa che la Comunità internazionale, ľUE e l’Italia devono adempiere ai propri obblighi e avviare sanzioni sulla economia israeliana. L’Italia deve rispettare ľart.11 della nostra costituzione e smettere di finanziare uno Stato criminale. Israele è stato riconosciuto come un regime d’apartheid e come tale deve essere condannato. Deve rispettare le leggi internazionali e le risoluzioni Onu, non si può sentire al di sopra del diritto internazionale e che nessuno faccia niente. Il popolo palestinese ha diritto a vivere in pace sulla sua Terra.