Il peso schiacciante della cultura patriarcale e l’aspirazione delle donne a realizzare la propria identità. Ne parla, partendo anche da una storia personale, Natasha Noreen, attivista femminista di origini pakistane che ha vissuto a lungo in Italia

Infibulazione e matrimoni forzati sono pratiche sommerse e poco dibattute in Italia, a volte sottaciute dagli stessi esponenti dei diritti umani e da un certo femminismo intersezionale per timore che vengano strumentalizzate dalla politica. La recente scomparsa della giovane Saman Abbas ha riaperto una ferita che ci riporta alla memoria altri volti – quelli di Hina Saleem, Sanaa Dafani, Shahnaz Begum Butt, Sana Cheema – e ci spinge ad interrogarci su quale sia la linea di demarcazione tra ciò che impropriamente chiamiamo tradizioni, e ciò che invece va contrastato in nome dei diritti umani e che ha un’unica matrice: il patriarcato. Sperando si possa aprire un dialogo che agevoli un cambiamento culturale collettivo ho voluto intervistare Natasha Noreen, nata in Pakistan e trasferitasi in Italia quando aveva 14 anni. Oggi Natasha ha 26 anni, vive in Inghilterra, è un’attivista femminista e fa parte di European network of migrant women.

Natasha, non ti nascondo che quando ti ho proposto questa intervista avevo timore di metterti in difficoltà nel chiederti di affrontare questioni tanto delicate. Perché hai accettato?
Perché so che ci sono tante ragazze che stanno passando dalle stesse emozioni e se racconto le mie è per farle sentire meno sole. Le mie esperienze, anche quelle negative, mi hanno reso la persona che sono ma avrei tanto voluto sapere che non ero l’unica a soffrire in questo modo. Mi sarebbe stato di grande aiuto comprendere prima i fattori che hanno influenzato il mio malessere e la mia crisi d’identità. È importante condividere la propria crescita personale per poter analizzare tutto il dolore che c’è stato dietro a certe scelte e la forza di volontà che mi ci è voluta per arrivare dove sono oggi.

Cominciamo dal tuo arrivo in Italia. Come sono stati i primi anni?
Nonostante in Pakistan frequentassi già la prima superiore, essendo arrivata in Italia a metà anno scolastico sono stata inserita in una classe di seconda media. L’interprete di allora non ci illustrò bene il sistema scolastico italiano, e questo ha provocato il mio primo disagio: non mi sentivo di appartenere a quel gruppo perché ero più grande. Aver perso subito due anni di scuola mi ha penalizzato.

La vita sociale invece com’era, avevi amici?
Oltre ad essere molto timida il fatto di non avere il permesso di uscire, se non raramente e solo per andare in biblioteca, mi ha impedito di avere rapporti normali. Non avevo una visione aperta della società, e nemmeno una grossa stima di me stessa. Le uniche relazioni erano quelle con gli amici lasciati in Pakistan, coi quali mi sentivo al telefono. Si usavano le carte ricaricabili, ricordo che per comprarle di nascosto mi facevo 4 chilometri a piedi (più quattro al ritorno!); mi costava talmente tanta fatica che ho dovuto lasciar perdere.

Alle superiori le cose sono migliorate?
Alla timidezza si aggiunse una depressione fortissima. Mi sentivo di non appartenere, di non essere al posto giusto nel momento giusto. Avevo dentro un senso di inferiorità che partiva da casa mia e si espandeva alla società. In prima superiore decisi che avrei smesso di portare il velo, almeno in questo a casa non mi hanno oppresso eccessivamente per rimetterlo, ho avuto fortuna. Poi decisi che avrei smesso anche i vestiti pakistani; comprare i primi jeans in Italia fu una conquista incredibile! Guardando indietro ricordo ancora il dolore vissuto a livello psicologico e le lotte coi miei per mettere quei jeans. Quel giorno, tutta fiera, andai a scuola e sentii i commenti delle compagne sul fatto che non avessi stile: anche quello è stato pesante. In quel periodo poi dovetti rinunciare alla scuola per due anni a causa della malattia di mia madre. Quando ho potuto riprendere gli studi sono ripiombata nel disagio di essere più grande di tutti gli altri.

Veniamo alla questione di Saman Abbas e alla sua scomparsa. Ormai tutti gli indizi portano al femminicidio, che idea ti sei fatta di questa vicenda?
Ho il cuore spezzato. Sono arrabbiatissima percheé fin dal principio, pur avendo cercato di essere ottimista, ho avuto la certezza che avesse fatto una brutta fine. Più arrivano dettagli e più mi convinco sia un altro femminicidio basato sull’onore della famiglia, offesa per il rifiuto del matrimonio della propria figlia. Purtroppo conoscendo la comunità pakistana non mi stupisce. Questo gesto estremo contiene un messaggio chiaro non solo per i propri figli, ma per tutta la comunità, sia in Pakistan che in Italia: quello di far capire a noi ragazze a chi apparteniamo, che non dobbiamo sognare, bensì essere ciò che si aspettano da noi, ragazze remissive che obbediscono alle tradizioni e alla religione. Ogni minimo movimento al di fuori di queste regole viene visto come un pericolo per la comunità intera.

L’Unione delle comunità islamiche d’Italia ha dichiarato in un comunicato l’intenzione di emettere una fatwa sull’illeicità di infibulazione e matrimoni forzati. Tu ci credi o resteranno solo parole?
La cosa che più mi spezza il cuore è il silenzio della comunità pakistana che reagisce sempre alla stessa maniera, cercando di proteggersi dietro alla violenza di una sola famiglia. Penso che tutte le persone, inclusa me, siano coinvolte con la loro omertà. Non facciamo abbastanza per promuovere l’idea che le ragazze debbano avere la libertà di vivere, o far sapere alle ragazze che hanno il nostro appoggio. Questa rabbia la rivolgo anche a Ucoii perché non so concretamente se questa fatwa verrà mai messa in pratica dai fedeli. Trovo anche irrispettoso dover trovare motivi religiosi per rispettare una persona, specie se si tratta dei propri figli. Non trovo morale cercare nelle religioni motivi di rispetto, anche perché, come nel caso dei matrimoni, sono frutto di una manipolazione durata anni.

Tornando ai tuoi genitori, hanno fatto differenze nell’educazione fra te e i tuoi fratelli?
Nelle nostre famiglie allargate i miei due fratelli venivano adorati mentre io, che avevo il desiderio di sentirmi speciale essendo l’unica femmina, mi sentivo esclusa, non voluta. Da piccoli avevamo un ottimo rapporto tra noi, ma crescendo hanno cominciato ad accusami di ferire i miei genitori e io devo ancora oggi difendermi da queste accuse. Il rapporto con mia mamma, anche se ora è evoluto, era una lamentela continua nei miei confronti. Papà durante i primi anni in Pakistan l’ho visto pochissimo e ne conservo un bel ricordo. Poi tutto si è incrinato con la convivenza: io mi ero immaginata un papà diverso e lui una figlia diversa. Mi voleva più tradizionale mentre io rincorrevo un unico sogno: la mia libertà. A 16 anni, durante una lite, gli ho urlato: “perché non mi lasciate vivere la mia vita?”. È stato l’ultimo litigio, da quel giorno non mi ha più rivolto la parola, se non per le domande di rito. Mi ha rinnegato dicendo che se non potevo essere una figlia rispettosa, tradizionale, alla sua maniera, di me non aveva bisogno. In questi ultimi dieci anni ci siamo sentiti ogni tanto al telefono; se torno a casa e capita una discussione, visto che la mia opinione non conta mi ritiro nella mia camera. Mi dispiace perché umanamente sono bravissime persone, ma come genitori non mi hanno mai appoggiato.

Spesso certe richieste dei figli vengono delegittimate come capricci: “ragazze che vogliono vivere all’occidentale”. Ti saresti ribellata a certe regole anche in Pakistan o la tua ribellione è nata vedendo come vivevano le tue coetanee occidentali?
Che bella domanda, ci penso spesso! Intanto ti dico che il 90% delle amiche pakistane hanno finito per sposarsi subito. Hanno tutte in comune questa cosa di vivere una doppia identità. Chi si veste all’occidentale – che poi è jeans e maglietta, niente più – esce di casa coperta dalla testa ai piedi perché le famiglie nemmeno sanno di questo desiderio. Faccio fatica a capire questa doppia identità che non trova una via di mezzo e che si nutre di estremi. Forse anch’io avrei potuto fare la stessa fine ma, già prima di arrivare in Italia sognavo di emanciparmi. È un desiderio che c’è, specie nelle giovani, ma viene continuamente ostacolato: dalla famiglia, dai parenti, dagli amici di famiglia… mille strati di persone che ti limitano, tra minacce continue e insulti psicologici.

Nella comunità pakistana a che età si comincia a pensare al matrimonio delle figlie? E per i figli maschi come funziona?
Ti rispondo con l’esempio di una mia amica, trasferitasi in Italia che era appena nata. Mi ha mostrato un video che la ritrae e il padre, indicando un ditino le dice “qui è dove porterai l’anello”. C’è una gran paura quando nasce una figlia femmina, è una sorta di disgrazia. La gente dice “sarà questo che Dio voleva?”. Frasi che non celano un senso di dispiacere, derivante dal fatto che il sistema matrimoniale prevede l’allontanamento delle figlie dai propri genitori, quasi fosse un addio. Anch’io verso i dieci anni già sapevo che la mia realtà sarebbe stata quella. Per i ragazzi è diverso: loro vengono educati a diventare stabili economicamente, è un altro tipo di condizionamento, non si sposano ragazzini.

In Italia abbiamo leggi che proibiscono l’infibulazione e i matrimoni forzati, una rete di aiuto di centri antiviolenza e case famiglia, come quella che ha accolto Saman prima della sua sparizione. Però evidentemente non basta. Come dovrebbe intervenire il governo italiano per dare una svolta a questo fenomeno?
Dovrebbe capire che c’è sempre una storia dietro a una ragazza che a 16 anni sparisce dalla scuola. La società dovrebbe cercare ogni indizio per capire che fine fanno le ragazze, io so che il motivo che c’è dietro è il matrimonio forzato. C’è anche un altro aspetto: non necessariamente il motivo è violento. La violenza sta anche nella mancata scelta, nel condizionamento che si attua attraverso una manipolazione che dura anni. Conobbi una ragazza dagli occhi grandissimi che trasmettevano un’immensa curiosità di vedere il mondo; mi disse no, io non potrò mai viaggiare perché nella mia famiglia questo non è permesso. Ci sono tante ragazze da aiutare, le vittime non sono solo quelle che non ci sono più ma anche quelle che vivono impaurite e che hanno perso la speranza di sognare. Il loro sogno di libertà non è fasullo, non è al di fuori della loro portata, bisogna farglielo sapere.
Il governo deve fare la sua parte nell’educare, non basta insegnare l’abc della grammatica, bisogna costruire un dialogo tra comunità. Anche se la provenienza è diversa, una volta che si è cittadini italiani le cose cambiano. Anche gli stranieri devono capire questo.

Nonostante alcune resistenze in Occidente si stanno facendo tante battaglie per contrastare il razzismo e agevolare una società multietnica. Però, oltre al fatto che è difficile penetrare certi tessuti sociali, da parte di alcune minoranze c’è anche una sfiducia di fondo verso la società occidentale, spesso percepita dissoluta, distante, troppo libertaria. Quella di forzare un matrimonio su base etnica per scongiurare i matrimoni misti non è anch’essa una forma di discriminazione?
L’esperienza in Inghilterra evidenzia esattamente quello che hai descritto: è sì una società multietnica, ma dove ogni gruppo si è costruito il proprio quartiere dove non accetta nessuno al di fuori della propria etnia. Per quanto riguarda la comunità pakistana c’è un respinto che trae origine da un senso sotterraneo di superiorità, un mettersi al di sopra degli altri come gruppo umano. Bisogna promuovere l’idea che siamo tutti uguali e che tutti meritiamo lo stesso rispetto. Hai ragione, l’Europa sta dedicando tante energie e risorse nel migliorare questo aspetto e comincia a funzionare perché la gente è più aperta, se ne parla, e la mentalità sta cambiando. Ora bisogna entrare nella fase due: l’Europa si concentri sui migranti per creare un ponte e parlando ai genitori perché non possiamo più limitarci a parlare di rispetto reciproco quando c’è di mezzo la violenza. La cultura deve essere umanitaria e non ideologica.

Il femminismo attivista è forse l’ultima frontiera per tenere alta l’attenzione e combattere il patriarcato nelle nostre società. Tu sei femminista, cosa pensi delle tante associazioni che conciliano il femminismo con la religione? Secondo te è possibile che questi due mondi si incontrino nell’attivismo?
No, la religione non può coincidere con il femminismo. Personalmente non posso pregare un Dio dell’uomo violento che mi punisce con l’inferno. Piuttosto voglio credere in una Dea Madre, in madre natura, pregherei queste divinità che ti accolgono e ti fanno crescere, senza niente in cambio se non il rispetto. Noi donne non possiamo più permetterci di vivere nell’ipocrisia. Capisco non sia facile spezzare certe catene, ma la liberazione della donna, in qualsiasi parte del mondo, deve sottrarsi da ogni condizionamento patriarcale.

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L’autrice: Agatha Orrico è una freelancer formatasi professionalmente presso la storica rivista Storie Leconte di Roma. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche ed è portavoce del Collettivo Donne contro le violenze.