Medico come suo padre, la figlia del Che racconta in che modo la Isla grande affronta il coronavirus nonostante le difficoltà provocate dal bloqueo imposto dagli Usa. «La nostra sanità si basa sulla gratuità e su una visione globale del paziente come essere umano»

«Sono un medico cubano, una donna che si è formata vivendo in un contesto rivoluzionario, e se ho un valore a cui tengo è quello di servire il mio popolo o qualsiasi altro popolo nel mondo». Aleida Guevara è in Italia e si presenta così in un incontro pubblico in Calabria. L’identità medica vista alla luce dell’esperienza di un Paese che ha sempre puntato, fin dai tempi della rivoluzione castrista, sul privilegiare la sanità e l’istruzione, è il tema che la figlia del Che, medico pediatra, ha toccato spesso nei suoi interventi durante il tour di conferenze lungo la Penisola organizzate dall’associazione Italia-Cuba. E oltre a questo, come quando incontra noi di Left, sottolinea i meriti di Cuba nella lotta alla pandemia sia per quanto riguarda la prevenzione e il trattamento dei casi sia rispetto alla straordinaria ricerca sui vaccini che ha portato nei mesi scorsi all’autorizzazione di emergenza per il Soberana 02 e di recente a un’analoga richiesta per il vaccino Abdala.

Tutto questo realizzato da un Paese sotto embargo da oltre 60 anni.
Partiamo da qui, vogliamo sapere come viene vissuta a Cuba l’emergenza sanitaria da coronavirus. «Si prendono in carica non solo i pazienti che hanno una sintomatologia da Covid-19 – racconta Guevara – se infatti attraverso i tamponi il paziente risulta positivo, pur essendo asintomatico, comunque viene sottoposto a un trattamento terapeutico. Se presenta i sintomi viene inviato in ospedale. La cosa importante − prosegue − è che interveniamo direttamente nella zona del contagio. Dove si verificano casi positivi, chiudiamo tutto il quartiere. I volontari poi vanno casa per casa a portare tutto quello di cui le persone hanno bisogno: cibo, medicine ecc. In questo modo siamo riusciti a gestire la pandemia. Anche se, per via del problema dell’embargo, ci sono grandi file per avere i generi alimentari e questo può creare problemi di distanziamento».

A maggio mentre erano ancora in corso i test, è iniziata la somministrazione del Soberana 02 prodotto da BioCubaFarma ed efficace al 62%. A che punto sono la ricerca e la somministrazione? «Iniziammo con una sperimentazione in doppio cieco con un gruppo di pazienti. Ad alcuni somministravamo il vaccino, ad altri il placebo. Questo accadeva con la prima dose di Soberana 02, poi siamo passati alla seconda e alla terza dose; nel frattempo si analizzava la risposta immunitaria». Ed ecco il risultato: «Fino ad ora quello che si è ottenuto dallo studio è che ci sono pochi effetti collaterali e che non sono gravi; si ottiene l’immunità ma non sappiamo ancora per quanto tempo. In questo momento sono stati vaccinati con Soberana 02 circa 2 milioni di abitanti con almeno una dose e 300mila con tutte e tre le dosi. Si è cominciato in maniera massiva dal personale sanitario e quello dei servizi come le ambulanze e i taxi. Tutti questi soggetti sono stati vaccinati. A giugno il Soberana 02 ha superato gli standard richiesti dall’Organizzazione mondiale della sanità per un vaccino. E questo darà la possibilità ad altri Paesi di ottenerlo o di avere le tecnologie per produrlo».

Chiediamo ad Aleida Guavara di parlarci della politica sanitaria cubana. Lo spunto viene dall’incontro che si è svolto a Cosenza, dal titolo “Sanità a confronto, alla luce della pandemia”, con medici e studiosi che hanno parlato del sistema medico e psichiatrico cubano in rapporto a quello italiano che durante l’emergenza ha messo a nudo tutte le carenze dovute alle privatizzazioni e ai tagli di risorse, specie alla medicina territoriale. «La salute pubblica cubana si basa su principi molto importanti. In primo luogo è completamente gratuita, è un diritto della popolazione cubana. Tu non puoi fare soldi con il dolore e con la sofferenza di un essere umano», sottolinea con forza. Un altro principio importante è che «la medicina cubana è integrale, pertanto una persona è sana non solo dal punto di vista fisico, ma anche per quanto riguarda la salute mentale. E per noi una persona è sana quando è felice».

Questa visione globale del paziente come essere umano la si riscontra anche nella medicina di base, che a Cuba è costituita dall’équipe territoriale formata dal medico ed infermiere e che risponde all’80% per cento della domanda sanitaria totale della popolazione, sempre in costante e diretto rapporto con gli specialisti. Tale organizzazione ha portato Cuba ad avere degli indici sanitari che fanno invidia non solo ai Paesi in via di sviluppo, con i quali condivide il Pil, ma anche a quelli del cosiddetto Primo mondo. Infatti Cuba ha un tasso di mortalità infantile tra i più bassi al mondo, inferiore anche rispetto agli Stati Uniti. Lo spiega la stessa Aleida, grazie alla sua esperienza da pediatra. «A Cuba uno dei problemi più gravi era quello della mortalità infantile ma anche materna. E allora abbiamo raggiunto, per così dire, l’unione tra il medico di base e l’ostetrica, per cui il medico di famiglia segue la donna quando è incinta, deve andare a farle visita, le fa fare le analisi per vedere se il feto sta bene. È tutto sotto il suo controllo, per questo il medico di famiglia è un ruolo chiave nella sanità cubana».

Questo dimostra che la priorità delle scelte sanitarie per il governo cubano, a differenza di altri Paesi, è l’attenzione per le fasce della popolazione più fragili come la donna e il bambino. Un altro aspetto che Aleida Guevara tiene a sottolineare – raccontando anche episodi vissuti in molti Paesi, come il Nicaragua e l’Ecuador – è quello del suo essere internazionalista: «Tutti noi medici cubani formati con la rivoluzione sappiamo che dobbiamo essere utili non solo al nostro popolo ma a qualsiasi altro popolo del mondo che ha bisogno». «El pueblo cubano está dispuesto a hacer lo que pueda porque el amor se paga solo devolviéndolo y eso es exactamente lo que estamos tratando de hacer». Essere medici internazionalisti è anche un modo per formarsi ulteriormente, per acquisire ulteriori saperi ed esperienze nelle tante situazioni di emergenza incontrate nei Paesi più poveri del mondo. «La cosa importante è lo scambio di conoscenza tra noi tutti». Il racconto di Aleida prosegue: «Bisogna guardarsi intorno e chiedersi a cosa possiamo servire, dobbiamo sempre imparare anche quando il medico ha molti anni di esperienza alle spalle. Bisogna ascoltare le persone, c’è sempre qualcosa di nuovo da apprendere. Pertanto essere internazionalisti ci fa essere migliori come esseri umani e questo a noi, medici cubani, dà un grande orgoglio. In questo momento molti medici di famiglia fanno parte della brigata Henry Reeve, e allora a Cuba altri colleghi si fanno carico del loro lavoro e a volte non è facile, bisogna resistere».

Aleida spiega che nell’isola c’è un medico ogni 167 abitanti, un numero destinato a crescere, perché «chiediamo di avere un medico nei circoli infantili (asili nido e scuola dell’infanzia, ndr), nelle scuole e nei luoghi di lavoro per poter fare veramente medicina preventiva». Cuba secondo il Global health security index (2019) è il Paese con la migliore densità di operatori sanitari (tra medici e infermieri sono circa 480mila) che rappresentano il 6,6% della popolazione in età lavorativa; il 71,2% sono donne. Un accenno anche alla scuola latinoamericana di medicina (Elam) voluta da Fidel Castro già negli anni 60: «Abbiamo formato più di 20mila medici del continente e ci sono stati anche 500 studenti statunitensi che hanno studiato gratuitamente a Cuba e questo è molto bello».

Aleida è medico, il padre era medico e rivoluzionario «che ha insegnato a tutti noi ad essere uomini e donne onesti, utili al popolo». C’è un nesso, chiediamo infine, tra medicina e rivoluzione? «Per essere un medico rivoluzionario – risponde – non c’è bisogno della rivoluzione. Inoltre, tu puoi essere un medico bravo, ma da solo non cambi la società; per farlo c’è bisogno di un processo rivoluzionario. Non tutti i medici sono rivoluzionari né solo i medici fanno la rivoluzione, però se un medico si coinvolge a livello sociale e si rende conto delle responsabilità che ha come professionista della salute inevitabilmente inizia a essere rivoluzionario». Qual è il lascito più importante del padre? Aleida risponde, concludendo così: «Che devi essere un essere umano capace di sentire in modo profondo l’ingiustizia, di non restare indifferente di fronte a un torto, ma anche di agire per “ripararlo”. Capire qual è il problema e trovare la soluzione: questa è la cosa più importante. Non solo vedere quello che fa star male ma cercare di risolverlo. Ma bisogna avere una grande sensibilità, altrimenti non sei un vero rivoluzionario. Il vero rivoluzionario è capace di amare».


L’intervista è stata pubblicata su Left del 9-15 luglio 2021

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