Parla la cantautrice che sta portando in tour l’album Bingo: «Grazie all’esperienza da attrice – racconta – affronto temi importanti con leggerezza». Come razzismo, secolarizzazione, identità femminile. Ecco i suoi prossimi progetti

Una profondissima leggerezza. Non è semplice, per un artista, saperla trasmettere. È la sensazione che ti arriva dritta addosso quando ti trovi a ballare in spiaggia una salsa che, senza quasi che te ne accorgi, ti porta ad interrogarti sul senso della felicità, tra Pepe Mujica e un cocktail. Oppure quando ad un concerto finisci a cantare a squarciagola una filastrocca per bambini che, dietro rime apparentemente scanzonate, esorta a liberarsi dai dogmi e dai pregiudizi della religione. In entrambi i casi il merito è delle canzoni di Margherita Vicario, giovane e poliedrica artista romana, classe ’88, che ha da poco pubblicato il suo secondo album, Bingo (Inri e Islands record). Una cavalcata pop, dove si spazia da sonorità latine (“Pina colada”, appunto), a marcette irriverenti (“Troppi preti troppe suore”), a piano ed archi, con scorribande nel rap. A tenere tutto insieme c’è l’ironia appassionata dell’autrice, la sua verve istrionica, le sue parole con cui riesce a divertire chi l’ascolta e al contempo a fare riflettere. Femminismo, razzismo, soldi, persino il dilemma atavico tra natura e cultura – «la domanda è, stronzo ci nasci o ci diventi» – attraversano l’album, dove non mancano bordate alla peggior politica, da Meloni a De Luca.

Ad accompagnarci in questo trip musicale così eclettico, però, Vicario non è sola. Con lei c’è il produttore dell’album, Dade, al secolo Davide Pavanello, chitarrista dei Linea 77 e autore di beat per Marracash e Salmo. Ci sono i feat di Elodie, Izi e Speranza, la collaborazione di Dardust. E poi i numerosi personaggi che entrano ed escono sul palcoscenico di Bingo, quasi tutti interpretati dalla cantautrice stessa, che nell’album ha riversato tutte le sue doti recitative. Vicario, infatti, è anche un’attrice che si muove con disinvoltura dal cinema alla tv. A breve tornerà sul piccolo schermo con Nero a metà – intelligente poliziesco Rai-Netflix che ti immerge in una Roma multietnica, squadernandone le contraddizioni – nel ruolo della sovrintendente Cinzia Repola, la prima sbirra con le Vans a comparire nella tv di Stato. Ma, come vedremo, questi non sono i suoi unici progetti artistici all’orizzonte. Abbiamo incontrato Vicario su Zoom e la nostra chiacchierata parte proprio da qui, dalla dimensione teatrale che ha saputo riversare in Bingo.

La tua capacità di interpretare vari personaggi nelle canzoni ti aiuta a introdurre temi importanti mantenendo però sempre una certa distanza da te, un distacco grazie al quale ti prendi meno sul serio, e questo ti permette di trasmettere con più facilità a tutti pensieri complessi. È così? Quanto c’è di Margherita attrice in Bingo?
Molto. E l’aspetto del teatro a cui fai riferimento è quello che contraddistingue il genere che più mi piace, ossia il teatro epico brechtiano, quello in cui ci dobbiamo sempre ricordare che stiamo assistendo a qualcosa, che dietro l’artista c’è sempre qualcuno che sta facendo quella cosa, dove non c’è una perdizione per cui l’attore si mischia del tutto con ciò che racconta. Ovviamente le mie canzoni attingono molto da me, da ciò che mi succede e da come vedo il mondo, però questo distacco che ho nell’interpretarle, oppure l’uso dei botta e risposta, la forma un pochino dialogica in cui non sai bene chi sta parlando, sono modi per parlare di temi anche importanti rendendo però tutto più ironico e leggero. È appunto il bello del teatro.

Oltre ad una moltitudine di personaggi, in Bingo c’è anche una polifonia di sound, dalle ballate latine al più classico cantautorato. E poi, soprattutto, una fortissima venatura rap. Quanto ti senti una rapper?
Nel mio modo di esprimermi c’è un po’ di verve polemica, non per forza politica, che il rap ha da sempre. Dade, il mio produttore, ha intuito questa mia identità, ha colto questo mio lato e in alcuni testi mi ha molto ispirato. Insieme abbiamo messo in pratica il “gioco del rap”. Poi io sin da bambina ho sempre scritto filastrocche, compilavo sempre quadernini di rime…

Perché il titolo Bingo?
È stato, ammetto, del tutto casuale. Quando uno scrive, spesso alcune parole vengono a galla un po’ da sole. Quando Dade mi ha detto “tieni in ordine i tuoi testi nel pc”, perché sono molto disordinata in qualsiasi cosa faccio, “mettili in una cartella”, io l’ho creata e quando dovevo nominarla il primo nome che mi è venuto in mente era Bingo. Rimbalzava bene e lui mi ha detto “bene, abbiamo il titolo dell’album”. Poi pian piano mi sono affezionata a questa parola, ho cercato di capire da dove fosse venuta fuori, e in effetti ci son un sacco di aspetti interessanti nel Bingo. È una cosa divertente, adrenalinica, che però ha anche il suo lato tragico. Poi è un gioco che si fa in tutto il mondo, è universale. E non puoi sederti ad un tavolo da solo, ci son solamente tavoli collettivi, l’esperienza di quella sera devi condividerla per forza con qualcuno.

Parli di un gioco che è per certi versi metafora della vita, anche se negli ultimi anni abbiamo dovuto rinunciare a molti momenti di “condivisione” col resto dell’umanità. In “Come va” adotti l’espressione forse più consunta del mondo e ne riscopri il senso più profondo in tempi di Covid. Quanto è entrata la pandemia nel tuo album?
Sicuramente ha influito sulle tempistiche, sui ritardi. Alla fine l’album è uscito con diverse canzoni già edite. E poi c’è “Come va”, che è stata scritta nel pieno della seconda ondata, ed è la canzone più figlia della pandemia. È una delle più apprezzate, lì ci sono davvero poco distacco e ironia, quando l’ho scritta era veramente un momento di stanchezza in cui parlavo esattamente di me, dei miei amici, dei miei rapporti ai tempi del lockdown.

L’emergenza sanitaria ha ostacolato anche le tournée, ma tu fortunatamente sei riuscita ad esibirti sia quest’anno che l’anno scorso.
Sì la scorsa estate, trattandosi di uno spettacolo che non costava troppo e per cui c’era molta curiosità, son riuscita comunque a fare un bel giro, facendo concerti indimenticabili. Abbiamo realizzato una cosa che non dimenticherò mai. Ogni concerto, visti i Dpcm che uscivano ogni settimana, avrebbe potuto essere l’ultimo per un po’ di tempo, e anche per questo le persone erano davvero felici di esserci.

I temi di Bingo: primo tra tutti, il rapporto uomo-donna. Hai detto che nel tuo primo album, Minimal music (2014), avevi indagato più dentro di te, tratteggiando dilemmi, cortocircuiti tipici dei rapporti amorosi, mentre qui ti rivolgi più verso l’esterno. Cos’è cambiato?
Dai venti ai trenta è cambiato tutto. Non rimpiango o rinnego ciò che ho vissuto, però ora ho capito più cose, mi tratto meglio, mi rispetto di più, sono più attenta a ciò che mi fa stare bene. In questo disco, rispetto al precedente che era un flusso intimo, “allo sbaraglio”, continuo a parlare a me stessa, a dirmi delle cose, ma in modo un po’ più deciso. “Tu al tuo uomo digli tutto / Ti farà godere il doppio”, è un diktat che mi do da sola in “Giubbottino”. Sono cose che sembra che gridi al mondo, ma che prima di tutto ho capito che devo fare io per stare meglio. Per me amare significa avere più cura e attenzione verso le persone importanti e verso se stessi.

“Giubbottino” è anche un inno femminista, che parla di emancipazione delle donne, così come “Troppi preti troppe suore”, che nasce da un dialogo tra Margherita Hack e un uomo di Chiesa ed è, permettimi di dire, una sorta di editoriale di Left in musica.
È una canzone sulla secolarizzazione. Se affronto un tema del genere è perché in Bingo mi guardo appunto un po’ più attorno, tirando le fila di episodi che ho vissuto da piccola, ripensando ad esempio ai giri che facevo a sedici anni di notte per le farmacie a cercare la pillola del giorno dopo. Racconto una società che teoricamente dovrebbe essere laica ma poi alla fine è piena di pregiudizi, come spesso raccontate su Left, che leggo sempre. C’è molto di Left nel disco e sottoscrivo tutto ciò che avete scritto nel numero su ddl Zan e Concordato (v. Left del 2 luglio). In “Troppi preti troppe suore” ho cercato di rendere molto semplici e innocenti alcuni concetti, riassunti nella strofa recitata da un coro di bambini: “Io il senso di colpa ancora non ce l’ho / Quindi vaffammocc, dove non lo so / ‘Na uallera ‘sta storia del peccato originale / Che infatti anche a mia madre la trattate sempre male”. Lì è racchiusa la mia idea di femminismo, che riguarda questioni profondissime e secondo me ha poco a che fare con il free the nipple o con a chi spetti pagare la cena al ristorante.

Quando componi immagini di rivolgerti ad un tipo di ascoltatore in particolare?
No, a meno che non ho qualcuno a cui dedicare la canzone, non immagino un destinatario. Però ho capito, negli anni, qual è il mio target. Faccio molto breccia sulle giovani donne, ventenni, ragazze magari appena uscite dalle superiori, da poco all’università, non per forza di grandi città ma anche di provincia.

Oltre al tour di Bingo, sei impegnata in altri due progetti musicali: “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, concerto-reading basato sul noto best seller, realizzato nei teatri d’Italia assieme all’Orchestra multietnica di Arezzo, e “Cosa vuoi che ne capiscano, son bambini” uno spettacolo di canzoni suonate insieme al giovane pubblico che verrà messo in scena per la prima volta il 2 ottobre all’Auditorium di Roma. Ce ne parli?
Quest’ultimo spettacolo sarà un concerto con miei brani, in particolare quelli come “L’impavido pettirosso”, o “Il sirenetto”, in cui c’è una doppia lettura, per bambini e per adulti. Ci saranno anche dei racconti, lo stiamo ancora costruendo. Vorrei coinvolgere anche la mia nipotina, farmi aiutare da lei sul palco. Ho un rapporto abbastanza privilegiato coi bambini, riesco ad arrivare loro. In realtà non son una di quelle che appena c’è un bimbo mi fiondo perché “pucci pucci”, sarà che sono stata una bambina molto indipendente, vissuta con tre fratelli in campagna in un paesino molto isolato, dove potevamo fare le nostre cose senza essere un tutt’uno coi genitori. Il mio rapporto coi bambini è considerarli come degli esseri pensanti, ognuno coi suoi gusti. Mi ha poi molto ispirato il fatto che quando ero piccola, verso i sette-otto anni, mia madre mi portava per le prime volte a teatro a vedere dei musical, e io lì ho proprio sentito che si stava formando la mia identità, per la prima volta c’era qualcosa che riconoscevo mi piacesse, per cui il giorno dopo a scuola potevo dire “a me piace questo”. Oggi ai miei concerti mi capita di vedere bimbe molto piccole, che alla fine dicono “hai fatto bene a fare ‘Mandela’, mi piace, la canto sempre”. Loro comprendono i miei testi, forse anche meglio degli altri, con meno filtri. Mi rivedo molto in quelle bimbe, e ho pensato di fare uno spettacolo proprio per i più piccoli, perché appunto c’è chi dice “cosa vuoi che ne capiscano” ma è esattamente il contrario.

E l’altro spettacolo?
“Storie della buonanotte per bambine ribelli” è fichissimo anche perché insieme a me ci sono altri tre cantanti, una di origine argentina, una tunisina, e uno libanese, nato in Sierra Leone, che vive a Siena. È bellissimo perché si canta in arabo, italiano, inglese, francese, yiddish, spagnolo. È uno spettacolo che parte da un libro scritto per bambini ma è anche per i più grandi, e ci son sempre molti adulti. Una cosa per bambini non è infantile.

La dimensione multiculturale emerge dappertutto, nelle tue canzoni, nei tuoi videoclip, nei tuoi spettacoli, e anche nel tuo lavoro di attrice.
Io sono pure ambasciatrice di Sport senza frontiere, una delle Onlus più belle del mondo, che ha fondato mia madre. Dentro ci sono storie di integrazione, di riscatto, straordinarie. Ho sempre respirato molto questa aria multietnica. Il mio soggiorno di alcuni anni a Piazza Vittorio (uno dei quartieri più meticci della Capitale, ndr) mi ha molto ispirato. Ho poi una grandissima voglia di viaggiare, anche se col fatto che lavoro sempre non vado da nessuna parte. Io veramente non vedo l’ora di conoscere qualcuno che non sia italiano, cioè è proprio una mia fissa, perché sono curiosa, sarà che appunto sono una “teatro addicted”, quindi a me qualsiasi cosa mi racconti ti ascolto, soprattutto se parla di un’altra cultura, di un mondo lontano, è questo l’aspetto della multiculturalità che mi attira, il fatto che mi posso sedere e qualcuno mi può far viaggiare coi suoi racconti.

D’altronde, è difficile essere razzisti se si è curiosi, se si è appassionati delle storie, dei racconti altrui.
È così, è abbastanza impossibile, perché quando conosci le storie altrui poi non puoi più averne paura.

 


L’articolo è tratto da Left del 23-29 luglio 2021

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