Perché sia veramente a dimensione umana la città che va ripensata. Sì, ma come? Questo è un tema che ci è particolarmente caro, che svolgiamo da anni, con storie di copertina e libri di Left come "Le mani sulle città". Ma ora anche a causa del climate change è diventato ancora più urgente, come ci raccontano architetti, attivisti e urbanisti da ogni parte del mondo

Dopo lo tsunami mondiale della pandemia, è diventato visibile a tutti lo scheletro delle disuguaglianze che innerva l’intero globo. Ma se gli spazi urbani sono diventati ancor più simili a delle gated towns circondate dal filo spinato la risposta non può essere quella di un fuga nel passato, cercando rifugio in una idea consolatoria di ritorno al piccolo mondo antico, vagheggiando un’età dell’oro pre moderna di vita nei borghi che forse non è mai esistita (rapporti feudali, isolamento, mezzadria erano la quotidianità).
Tante volte abbiamo scritto negli ultimi mesi che la crisi acuita dall’emergenza sanitaria imponeva piuttosto uno scatto di immaginazione, uno sguardo al futuro, un nuovo modo di progettare, rigenerare, ripensare il nostro vivere insieme agli altri, in modo dialettico e costruttivo. I luoghi dell’incontro, del conflitto, della creazione del nuovo sono indubbiamente le città. Non ce ne vogliano gli eremiti, gli scalatori di vette, i neo bucolici.
È la città che va ripensata perché sia veramente a dimensione umana. Questo è un tema che ci è particolarmente caro, che svolgiamo da anni, con storie di copertina e libri di Left come Le mani sulle città. Ma ora è diventato ancora più urgente come ci raccontano in questa storia di copertina architetti, attivisti e urbanisti da ogni parte del mondo e un regista-architetto come Amos Gitai.
Nell’ambito di un progetto sulle città del futuro realizzato in collaborazione con la Fondazione Feltrinelli abbiamo fatto una serie di interviste che aiutano a comprendere più da vicino le grandi trasformazioni, i conflitti e le dinamiche che stanno attraversando megalopoli come San Paolo, Mumbai, Dhaka. Qui nelle estese baraccopoli manca pure l’acqua potabile e le donne e i bambini hanno patito enormemente la crisi sanitaria ed economica. Eppure proprio dall’energia e dal desiderio di riscatto di chi vive negli slums viene la capacità di immaginare per costruire una svolta, come ci racconta la cooperante indiana Sheela Patel, direttrice della Society of promotion of resource center. Sono fenomeni che ci possono apparire lontani visti dall’Italia delle tante, piccole, città storiche. Ma il filo di pensiero e di ricerca è comune dopo questo anno e mezzo di emergenza sanitaria che ci ha costretti al lockdown e al distanziamento fisico, rendendo a tutti più evidente quanto sia impattante e distruttivo il modello di produzione e lo stile di vita in cui eravamo immersi e in cui ci siamo rituffati non appena abbiamo potuto alzare di nuovo un po’ la testa.
Il più grande errore sarebbe ora “dimenticare” la dura lezione che ci ha impartito il Covid gettandoci a capofitto nella disforia consumistica, nello sblocca cantieri ad ogni costo in nome del profitto, in un turismo estrattivo che, quando diventa monocultura non produce conoscenza e nemmeno reddito (intere città d’arte come San Gimignano sono finite quasi sul lastrico durante il lockdown).
Noi pensiamo che ci sia un’altra strada da percorrere, quella di provare a ricucire le ferite che attraversano le nostre città, non limitandosi a rammendarle, ma ripensandole più belle e accoglienti, riconquistando e risemantizzando gli spazi pubblici. Il Covid ci ha spinti a riflettere su un differente modello di habitat, a ripensare le relazioni sociali e culturali nelle metropoli, ci ha obbligati a pensare a un progetto di “cura e attenzione” per le città, mettendo al centro la società, i bisogni e le esigenze dei cittadini. Il virus ha acceso i riflettori sulle periferie che non sono le zone più lontane dal centro in termini spaziali, quanto quelle più lontane dall’accesso ai servizi, alle opportunità, agli stimoli culturali, come ben esemplifica il libro Le sette Rome (Donzelli) di Lelo, Monni e Tomassi che racconta la capitale delle disuguaglianze attraverso 29 mappe. Ma, come accennavamo, in questa storia di copertina non ci limitiamo alla disamina critica di un modello di urbanistica neoliberista che ha palesemente fallito, creando solo disagio, isolamento, povertà, abissale emarginazione accanto a vertiginosi privilegi.
Molto ampia e stimolante è la riflessione su una possibile “rivoluzione urbanistica” che riporti al centro della discussione pubblica la transizione ecologica, la rigenerazione urbana, la qualità dell’architettura, il disegno delle città e il recupero di spazi pubblici di vita collettiva, degli spazi verdi, l’integrazione dell’entroterra con la metropoli, la tutela del patrimonio d’arte e del paesaggio. È una discussione politica urgente che va fatta abbandonando gli slogan, se vogliamo davvero frenare il cambiamento climatico e uscire una volta per tutte dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando.
Su questo ci giochiamo il presente ma anche il futuro.


L’editoriale è tratto da Left del 6-26 agosto 2021

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SOMMARIO

Direttore responsabile di Left. Ho lavorato in giornali di diverso orientamento, da Liberazione a La Nazione, scrivendo di letteratura e arte. Nella redazione di Avvenimenti dal 2002 e dal 2006 a Left occupandomi di cultura e scienza, prima come caposervizio, poi come caporedattore.