Le compagnie ittiche straniere hanno sfrattato dalle coste dell’Africa subsahariana occidentale i pescatori locali. Ora le loro piccole barche da pesca servono a portare migliaia di disperati dalle coste dell’Africa fino alle isole spagnole delle Canarie in una traversata che è un azzardo con la morte

«Il viaggio in mare è stato terribile, sono stato cinque giorni in barca senza né mangiare né bere. Quando finalmente siamo riusciti ad arrivare, è stato ancora peggio: eravamo ammassati come animali, costretti a dormire per terra e senza la possibilità di lavarci, con soltanto cinque litri d’acqua al giorno ogni cinquanta persone». Assane (nome di fantasia) viene dal Senegal e ricorda bene il trattamento riservato ai migranti nel porto di Arguineguín, Gran Canaria, primo posto di assistenza gestito dalla Croce Rossa, ora sgomberato dopo le proteste delle associazioni locali che ne hanno denunciato le inaccettabili condizioni sanitarie e di accoglienza, per non parlare della promiscuità in tempi di Covid. «Chiedevo informazioni sulla domanda di asilo e mi rispondevano soltanto che non avevo nessuna possibilità di rimanere in Spagna – aggiunge Assane – ma io non posso tornare nel mio Paese». Mi mostra la mano: la polizia gli ha rotto le dita durante una manifestazione di protesta contro gli accordi siglati dal governo del Senegal con le compagnie straniere, che si sono assicurate il controllo dell’80% della pesca locale. «Una politica che ha distrutto il piccolo commercio – spiega. Ero un pescatore, ora come tanti non ho più lavoro e sono anche segnalato come dissidente».

Le pateras, le piccole barche dei pescatori che non raccolgono più pesci ora servono a portare migliaia di disperati dalle coste dell’Africa fino alle isole Canarie – Fuerteventura, la più vicina, dista un centinaio di chilometri – in una traversata che è un azzardo con la morte. La terribile ruta Canaria, la via più pericolosa per arrivare in Europa, è infatti riesplosa dopo quindici anni di relativa tranquillità. Rispetto al 2020, infatti, sono calati gli arrivi a Ceuta e Melilla mentre sono cresciuti del 70% quelli alle Canarie: a Fuerteventura nel solo mese di giugno sono sbarcate 669 persone, il numero più alto da quando si è riaperta la rotta alla fine del 2019. Nel 2021, delle 14.357 persone migranti arrivate finora in Spagna (dati Unhcr), ben la metà (7.037 all’11 luglio) sono approdate proprio in queste isole, dopo giorni di viaggio nell’Oceano Atlantico.

Ad El Aaiùn, nel Sahara occidentale, sono in tanti a vivere di espedienti in attesa di partire. Alcuni restano in acqua anche due settimane prima di essere recuperati, in balìa delle onde, del sole implacabile e degli squali, come nel caso del barcone intercettato a 250 chilometri da Tenerife alla fine di giugno con più di trenta persone a bordo, fra cui una bambina di cinque anni che ha perso la vita. Nei primi sei mesi del 2021, secondo i dati dell’associazione Caminando Fronteras, il numero dei morti è cresciuto del 526%, di cui la quasi totalità – 1.922 persone – proprio in questo tratto di mare. E nel 2020 non…


L’articolo prosegue su Left del 6-26 agosto 2021

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