Figlio di un esponente della Bauhaus e con anni di studi universitari di architettura alle spalle, il regista israeliano Amos Gitai racconta la sua ricerca sulle immagini. «Nel mio lavoro – dice – realizzo idee che cerco di riportare alla luce lasciando emergere le storie»

Uno splendido piano sequenza chiude il film di Amos Gitai News from home, la rappresentazione della storia recente dei due popoli, quello israeliano e palestinese, narrato attraverso le vicende di una casa araba a Gerusalemme. Un volto di donna, accompagnato dalla voce narrante dell’autore, ci racconta la possibilità di un’altra storia. Queste immagini hanno introdotto l’incontro con il grande regista israeliano durante il convegno internazionale Abitare la terra. Ambiente, città, paesaggio in streaming dalla Casa dell’Architettura di Roma.

Amos Gitai, lei sostiene che «le opere d’arte non hanno un impatto immediato sul corso delle cose, ma influenzano lentamente e costruiscono una traccia, una memoria».
Lo dico sempre, io sono un architetto che gira film. Avrei dovuto seguire le orme di mio padre che era un architetto della Bauhaus. Alla sua morte, ormai 50 anni fa, ho iniziato a studiare architettura prima ad Haifa, poi con un dottorato di ricerca a Berkeley. Mi piace molto che abbiate voluto mostrare questo estratto da News from home, un documentario che ho iniziato 40 anni fa nel 1980, di cui poi ho realizzato l’ulteriore capitolo 20 anni più tardi e l’ultimo 25 anni dopo rispetto al primo. Nel mio lavoro cinematografico costruisco delle idee, che come stratificazioni cerco di riportare alla luce, lasciando emergere delle storie, delle contraddizioni, degli elementi politici, che ci rivelano un luogo specifico, attraverso un gesto simile a quello dell’architetto o dell’archeologo. L’opera che avete scelto è molto interessante perché termina con questa immagine di donna che ci racconta una storia, fusione di memorie e ricordi, nonché la distruzione dei ricordi e tutto ciò che rimane, nostro punto di partenza necessario per poter raccontare una storia che non deve essere distrutta e che siamo chiamati a conservare per il futuro. Ritengo che il lavoro del cinema, della regia, abbia anche a che vedere con la conservazione della memoria, dei ricordi, di una idea. L’unico luogo dove queste immagini rimangono è nella nostra mente, per poi svanire. Non resta nulla di fisico, i migliori film che ho visto in vita mia sono iniziati ad emergere dentro di me una volta che il film si è concluso. Una memoria che è fondamentale per sviluppare delle idee. E il pianeta non si muove solamente in virtù dei soldi o per strumenti di guerra, ma soprattutto da idee e noi siamo qui per l’appunto per parlare di idee, questo è il nostro compito. 

Il suo film Lullaby to my father  del 2011 è un viaggio alla ricerca delle relazioni tra un padre e suo figlio, tra architettura e cinema, tra vicende storiche e memorie intime.
In Lullaby to my father cerco di parlare a me stesso, chiedendomi che…


L’articolo prosegue su Left del 6-26 agosto 2021

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