L’emergenza ecoclimatica è la più grave crisi che l’umanità abbia mai fronteggiato, non vi è dubbio alcuno, ma ciò non significa che non possa essere strumentalizzata. A fare la differenza saranno il metodo della partecipazione e l’autorevolezza e la credibilità dei decisori politici

Con il sesto rapporto dell’Ipcc, siamo entrati in maniera definitiva nella società dell’emergenza permanente. Non vivremo mai più fuori dell’emergenza. In realtà ci siamo dentro da un po’: emergenza terrorismo, emergenza debito pubblico, emergenza pandemia. E da ora in poi ci saremo in maniera strutturale. La catastrofe ecoclimatica ci pone, di fatto, dentro una logica emergenziale. Questo avrà delle conseguenze. La logica dell’emergenza non è politicamente innocua. Le emergenze inventate sono da sempre strumento di repressione, irrigidimento delle gerarchie, abuso.

Le emergenze “mezze vere”, manipolate, sono state la base per imporre scelte di segno reazionario: pensiamo al governo Monti, giustificato dall’emergenza di un attacco speculativo, o all’intervento militare in Afghanistan, imposto adducendo l’emergenza terrorismo.

La crisi ecoclimatica è più che reale, sia chiaro: sono gli stessi Fridays for Future, gli stessi scienziati, quelli seri, della ricerca pubblica, a chiedere che la crisi climatica sia trattata come un codice rosso, e hanno ragione da vendere.

L’emergenza ecoclimatica è la più grave crisi che l’umanità abbia mai fronteggiato, non vi è dubbio alcuno, ma ciò non elimina che possa essere anch’essa strumentalizzata. Certamente, in emergenza, la politica può essere chiamata a scelte di autorità, per motivi oggettivi e fondati. Lo si è visto con la pandemia.

Chi certifica però che una scelta è necessaria, nel pubblico interesse, in buona fede?

In questi anni si sono invocati i tecnici, gli economisti, per problemi come il debito, il sistema pensionistico, ovverosia la scienza, i medici, per i recenti problemi sanitari. Terreno decisamente scivoloso.

Ovviamente, anche per la crisi ecologica, non potremo prescindere dalla scienza, dalle competenze di climatologi, fisici, ecologi, biologi, naturalisti, per analizzare i problemi del disastro ecoclimatico, e da competenze ancora più interdisciplinari, in buona misura da costruire, per immaginare soluzioni complesse e sistemiche. Poi però servirà anche farle accettare, e non sarà banale. Le classi dirigenti sono in crisi di credibilità, ed è fin troppo facile suscitare il dissenso, addirittura l’avversione paranoica, a qualunque decisione che appaia mettere in crisi le fragili consuetudini che i singoli e le comunità si sono costruite.

Complottismi, identitarismi, interessi localistici e corporativi, interessi forti camuffati: sarà difficilissimo far passare finanche ciò che c’è di più logico e razionale al mondo, ed il fatto che sia logico e razionale, l’esperienza ci dice, non sarà di per sé di aiuto.

Saranno quindi indispensabili due ingredienti: il metodo della partecipazione, e l’autorevolezza e la credibilità dei decisori politici. La partecipazione, deve essere anche di tipo economico.

Sogno una sinistra eco-socialista che, anziché inseguire i vari comitati anti energie rinnovabili, inizi piuttosto a pretendere la compartecipazione, magari mediante il metodo innovativo del crowdfunding, di enti locali, cittadini risparmiatori e imprese del territorio, alle rendite dei progetti di eolico e fotovoltaico industriale necessari alla conversione energetica del Paese, o che chieda un intervento pubblico contro la povertà energetica, con installazione di rinnovabili e miglioramento termico delle abitazioni a carico dello Stato per le famiglie bisognose.

Quando Enrico Letta propose l’idea di un assegno ai diciottenni, finanziato da una tassazione dei grandi patrimoni, serviva una sinistra ecologista capace di controproporre subito, rilanciando, l’idea del diritto per tutti a una quota di un grande fondo pubblico, finanziato con una carbon tax sulle grandi multinazionali del fossile, finalizzato alla conversione energetica: una sorta di “titolo di stato ecologico di cittadinanza”, per dare il diritto a giovani e meno giovani, a compartecipare da azionisti alla conversione del sistema produttivo.

Se la prima gamba è dunque il metodo del coinvolgimento popolare anche economico, la seconda, abbiamo detto, è la credibilità della classe politica. E a tal proposito io penso che il tema della sobrietà della politica, tornerà cruciale. Difficile parlare credibilmente di emergenza, anche se l’emergenza è reale, se non si dimostra di essere disponibili a trattamenti, che sicuramente è giusto siano adeguati a svolgere il proprio mandato senza influenze e tentazioni, ma che non sconfinino nel privilegio, perché questo pone una distanza incolmabile con i cittadini, e rende taluni ruoli troppo appetibili, oggetti di desiderio che finiscono per distorcere la vita interna delle stesse collettività politiche. Per farla breve: siamo entrati nell’era dell’emergenza permanente, signore e signori, e questo comporterà grandi conseguenze, molto varie. Che sia giusto o sbagliato, che ci piaccia o no, accadrà. Meglio pensare seriamente a come poter essere all’altezza.

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