Un articolo di “Repubblica” sull'omicidio di Chiara Ugolini inizia con un «Bella, e impossibile...». E poi nella narrazione, altri particolari da romanzo noir. Eppure esistono regole precise sull'uso corretto del linguaggio giornalistico nei casi di violenza contro le donne

Ci risiamo. Stiamo sempre qui. Ogni volta che viene ammazzata una donna qualche giornalista non riesce a trattenere la propria goffa vanità da romanziere noir e non riesce a capire che minimizzare, normalizzare se non addirittura empatizzare con l’assassino sia il modo migliore per annacquare il problema.

Questa volta tocca a Brunella Giovara che su Repubblica ha scritto un articolo da pelle d’oca. Ma la pelle d’oca non è solo per l’ennesimo omicidio di una donna che paga la furia omicida di un uomo che voleva rivendicarne il possesso (Chiara Ugolini secondo gli inquirenti sarebbe morta per un tentativo di stupro del suo vicino di casa, uno di quei fascistelli che urlano in “difesa delle nostre donne” e poi le “nostre donne” se le vorrebbero mangiare) ma per un articolo che è una vergogna. Il pezzo parte con un «Bella, e impossibile. Alta, bionda, una ragazza che camminava serena incontro alla vita», perché non vorrete mai che venga a mancare l’ipersessualizzazione della vittima. Anche in questo caso la prima caratteristica di Chiara Ugolini è ovviamente il suo corpo, tanto per gradire.
Poi c’è la descrizione dell’assassino: «”Mi sono arrampicato sul suo balcone”, e se davvero è andata così, bisogna pensare a questa specie di scimmia cattiva che vuole sorprendere, violentare, prendersi la vicina di casa», scrive Repubblica. Avete capito bene? L’assassino non è un assassino, non si dice che è l’ennesimo uomo che odia le donne, non si dice che è un fascista e quindi violento, non si dice che è uno stupratore, no, no. È una «scimmia cattiva». E la giornalista ci tiene anche a dirci che Chiara Ugolini «gli diceva solo ciao, mai niente più», come se un eventuale interesse avrebbe potuto invece giustificare un omicidio.
Poi la giornalista ci dice: «Non è per amore dei particolari macabri che si scrivono certe cose, ma queste storie vanno capite bene, soprattutto se poi l’omicida cerca di sminuire la cosa, cercando di scampare all’ergastolo». E quali sono i particolari? «Dalla piazza si vede il lago di Garda, da qui no, solo un gran traffico di camper e roulotte, la fiumana dei turisti tedeschi che ama questa pace, l’acqua che scintilla al tramonto, gli ulivi, i cipressi. Anche Chiara amava questi posti, e per quanto la casa di Calmasino fosse provvisoria, lei sul balcone aveva le rose rosse, un vaso di fragole, la pianta di peperoncini, il tavolino e due sedie bianche, e l’edera, il rosmarino. Tutto è rimasto così, se ci si sporge un po’ dal pianerottolo delle scale si vedono bene gli avanzi di questa vita felice»: in occasione del 70esimo femminicidio dall’inizio dell’anno siamo ancora qui, a descrivere i luoghi come in un depliant turistico.
E poi: «Si è fatta una doccia, si è rivestita, gli slip, un top a coprire il reggiseno», perché un po’ di morbosità non guasta mai. La giornalista ci tiene a scrivere anche che «Magari ha anche dato da mangiare al cane, in cucina», come se fosse utile per le indagini, o chissà per cosa. E poi c’è il solito strabismo, ci si impegna a dire che Chiara era una gran lavoratrice («lavorava nel negozio di abbigliamento e scarpe del futuro suocero, nel centro storico di Garda, a un quarto d’ora da casa. Su e giù, tutti i giorni, anche domenica scorsa, perché questa è la stagione d’oro»), studiosa, «Chiara era diffidente, se qualcuno suonava alla porta chiedeva sempre chi era. Non apriva facilmente, era una con la testa sul collo»: insomma, l’importante è non avere dubbi sul fatto che possa essersela cercata.
Il 27 novembre del 2017 venne firmato in collaborazione con il Ministero alle pari opportunità un manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parita’ di genere nell’informazione. I punti erano:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza;

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;

8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle donne;

10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:
a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

Ognuno tiri le proprie conclusioni.

Buon giovedì.

 

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