Mentre le lezioni stanno per iniziare, tra le diseguaglianze acuite dalla pandemia e l’incognita Dad, il linguista Luca Serianni riflette su come innovare l’insegnamento. A partire dall’italiano, «con un’apertura ad altri ambiti, non solo a quello letterario»

«Da linguista ho sempre sentito l’esigenza dell’impegno civile», mi dice Luca Serianni. In una calda giornata di fine estate il professore mi accoglie con la solita cordialità e pacatezza nello studio di casa sua, e subito iniziamo a parlare di scuola, di Costituzione, di ius culturae e di tanto altro.

Ricordo ancora le belle parole di congedo da La Sapienza di Roma rivolte ai suoi studenti: «Sapete che cosa rappresentate per me? Immagino che non lo sappiate. Voi rappresentate lo Stato». Professore le manca l’università?
Sì, in quell’occasione citai anche l’articolo 52 della Costituzione con riferimento al lavoro che i funzionari dello Stato a qualunque livello sono tenuti a svolgere con disciplina e onore. L’università mi manca perché l’insegnamento mi è sempre piaciuto molto, ma ero preparato; a una certa età è normale lasciare. Mi è mancato in generale il contatto con gli studenti ma anche con gli insegnanti durante la fase della pandemia perché non è assolutamente la stessa cosa fare lezioni e conferenze a distanza e farle in presenza.

A proposito di pandemia, a detta di molti questo periodo ha messo a nudo le fragilità del nostro sistema educativo e le disuguaglianze sono aumentate, anche a scuola. È un momento obiettivamente difficile.
Sono fragilità ben…

* L’autore: Pierluigi Barberio è insegnante di scuola secondaria di secondo grado. Con Enrico Terrinoni nella primavera 2021 ha scritto su Left un Dialogo sulla scuola a puntate


L’articolo prosegue su Left del 10-16 settembre 2021

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