Discriminazioni, violenze, schiavitù, abusi, sparizioni, lavoro minorile, adozioni illegali. Decine di migliaia di casi in Italia, Francia, Spagna, Germania e altri Paesi del Vecchio continente. Una ferita profonda della società europea, incredibilmente taciuta. Perché il mondo degli adulti si volta dall’altra parte quando la vittima è un minore?

Bambini trattati come schiavi, incatenati al letto dei loro stupratori: adulti che avrebbero dovuto proteggerli e che invece abusavano di loro. Quando nel 2015 il New York Times pubblicò un’inchiesta sulle violenze pedofile perpetrate da soldati afgani su bambini in fuga dai talebani tra il 2010 e il 2012, il mondo occidentale inorridì per qualche giorno. I bacha-bazi (letteralmente “bambini per giocare”) venivano soggiogati anche nelle basi Usa dove si addestrava l’esercito afgano, sotto gli occhi “impotenti” dei marines. «Durante la notte li sentivamo urlare, ma non potevamo far nulla. Non ci era permesso», disse il caporale Gregory Buckley al padre, il quale lo esortò a dirlo ai suoi superiori. «Mio figlio lo fece – ha raccontato l’uomo al Nyt – ma i suoi superiori risposero di volgere lo sguardo altrove perché il bacha-bazi faceva parte della cultura locale».

Poche settimane prima del Nyt, il portavoce dell’Unicef Andrea Iacomini pubblicò sull’Huffington post un articolo di denuncia contro il “bacha-bazi”. «È una pratica atroce – scriveva Iacomini – anche se socialmente accettata, perché protetta dallo scudo della tradizione secolare di questo Paese. Sono abusi di cui si parla poco, che ancora oggi rappresentano un tabù. I bacha-bazi sono minori, maschi, costretti a indossare abiti femminili ed essere sfruttati sessualmente da uomini molto più grandi di loro. Vengono rapiti ancora adolescenti, adescati per strada, prelevati dalle proprie famiglie da ricchi e potenti mercenari, disposti a comprarli e mantenerli economicamente».

Dei bacha-bazi non si è praticamente parlato più da allora (ma lo ha fatto l’ex console Calamai alla festa di Left del 3 settembre) e leggendo Iacomini non ci si può non chiedere cosa stia accadendo ora che il Paese è nelle mani dei talebani e non c’è più nemmeno l’ombra di un giornalista o militare occidentale che possa documentare e denunciare eventuali crimini.

Ma siamo sicuri che in Occidente e in particolare in Europa le cose per i bambini vadano meglio? La domanda è lecita, purtroppo, e come leggerete nell’inchiesta che apre la storia di copertina di questa settimana, violenze analoghe a quelle subite dai bambini afgani vengono perpetrate ogni giorno su migliaia di minori in diversi Paesi del Vecchio continente, compreso il nostro. Alla tragedia della pedofilia – che del resto attraversa indisturbata secoli di storia “europea” dalla paideia greca in poi (ne fu vittima anche Alessandro Magno, discepolo di Aristotele, che fece dell’Afghanistan uno degli snodi culturali del suo impero) – si somma quella di decine di migliaia di minori sottratti a forza dalle loro madri che avevano la sola colpa di non essere sposate (Irlanda e Spagna), oppure, di avere la pelle troppo scura per i gusti dei bianchi colonizzatori (Francia e Belgio).

Ma in Europa accade ancora oggi che dei minori vengano costretti a lavorare, che siano “merce” preziosa dei trafficanti di esseri umani (Italia), che vengano adottati illegalmente o abbandonati in orfanotrofi (Romania). Per rompere l’inerzia delle istituzioni di fronte a queste violazioni di diritti, la Fondazione Guido Fluri ha organizzato un Simposio in Svizzera con associazioni di vittime e Ong per mettere nero su bianco una mozione da presentare al Consiglio d’Europa affinché i Paesi membri si impegnino ancor più a fondo nella prevenzione e il contrasto di tutti questi orrendi crimini. Nella nostra lunga inchiesta abbiamo voluto dare un quadro complessivo della situazione a livello continentale, ma non ci siamo limitati a fornire dei dati. Ci siamo anche chiesti quale sia l’immagine che ancora si ha del bambino, quale sia l’idea che le istituzioni hanno quando devono emanare delle norme per prevenire violenze, abusi, maltrattamenti contro i minori.

Per esempio, ci domandiamo qui, lo Stato italiano, nel tenere in vita il Concordato con il Vaticano, che all’articolo 4 solleva i vescovi dal “peso” di dover denunciare i crimini commessi dai loro sacerdoti, ha presente che la Chiesa considera lo stupro un delitto contro la morale, un’offesa a Dio e non la violenza efferata e irrimediabile contro una persona inerme? Ha presente lo Stato italiano che di conseguenza la vera vittima di uno stupro pedofilo sarebbe Dio e che per certa cultura il “peccatore” è in primis il bambino che, posseduto dal demonio, indurrebbe in tentazione quel “sant’uomo” del prete? Ci sembra di dire cose ovvie e arcinote, eppure il Concordato è ancora lì.

Ma allora, nella nostra società che dovrebbe essere laica, che idea si ha del bambino in fase pre-puberale o adolescenziale, periodi delicatissimi, di repentine e cruciali trasformazioni. Sappiamo dalla moderna psichiatria che sebbene la maggioranza degli adolescenti riesca ad affrontare con successo questa fase di transizione, le crisi per coloro che dispongono di minori risorse a livello personale e relazionale tendono ad amplificarsi. «La costruzione dell’identità – ha scritto su Left la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti – è un processo che nasce socialmente, a seguito delle interazioni con gli altri: nel primo anno di vita si realizza la propria identità umana nel rapporto con la madre, successivamente le relazioni si moltiplicano assumendo anche una caratteristica culturale prevalente». Di tutto questo vengono privati non solo i bacha-bazi afgani ma anche decine di migliaia di bambini che vivono alle nostre latitudini. Che aspettiamo a fermare questi orrori?

 

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L’editoriale è tratto da Left dell’1-8 ottobre 2021

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