Dietro a tanti successi della nascente industria cinematografica oltre alle attrici, c’erano scrittrici e sceneggiatrici a cui fino al 9 ottobre il festival di Pordenone rende omaggio. Parla il direttore Jay Weissberg: «Il pubblico le amava»

In questi giorni Pordenone festeggia la quarantesima edizione delle Giornate del cinema muto. In programma titoli di grande qualità visiva e in grado di suscitare riflessioni molto attuali. Ne parliamo con il direttore del festival, Jay Weissberg.

Anche quest’anno grande attenzione al ruolo delle donne nel cinema muto. Una sezione è dedicata alle sceneggiatrici americane. Come mai per questo ruolo furono ingaggiate soprattutto donne?
La nascente industria cinematografica, fino agli anni 10, non si era ancora strutturata nello Studio system, e cìò ha permesso alle donne di accedere più facilmente ad alcune figure professionali. La scrittura, in particolare, non necessitava di una presenza in ufficio, poteva essere svolta da casa e la presenza di scrittrici era già legittimata da riviste dedicate a un pubblico femminile. Quando negli anni 20 l’industria iniziò a esercitare un controllo maggiore, le donne si erano ormai conquistate un grande credito: i loro nomi apparivano nei titoli di testa e nei poster dei film, la gente amava Anita Loos e Frances Marion.

Si rivolgevano soprattutto ad un pubblico di donne?
Spesso erano le stesse sceneggiatrici ad avallare certi luoghi comuni. Frances Marion o June Mathis sui giornali affermavano l’importanza per il pubblico femminile di ascoltare una voce femminile, la voce del focolare. Penso però che queste dichiarazioni fossero più che altro ciò che il pubblico si aspettava di sentire. È vero, le sceneggiatrici hanno scritto molte commedie romantiche, ma anche tanti film destinati al pubblico maschile: thriller, western, film di guerra. La Marion ha scritto numerosissimi western. Ci sono voluti decenni per cambiare prospettiva sulle scrittrici donne, per liberarci della propaganda. Ancora lo scorso anno tanti sono rimasti sorpresi che una donna, Kelly Reichardt, abbia scritto e diretto un western. Ma è una cosa che le donne hanno sempre fatto!

Altro focus ques’anno è su Ellen Richter, star dell’epoca di Weimar, che interpreta donne gitane, mediterranee, libere e sensuali, e quindi streghe, portatrici di sventure, destinate a morire orribilmente.
Innumerevoli le storie di donne punite per la loro sensualità, come Lulu nel Il vaso di Pandora di Pabst. Il cinema tedesco di quegli anni rappresenta così la fascinazione e il terrore verso il diverso, lo sconosciuto. Trovo questa contraddizione molto interessante: gran parte delle star di allora, da Zarah Leander, Asta Nielsen alla stessa Richter, ebrea austriaca, hanno pelle scura e tratti esotici, mentre la società si sta indirizzando verso l’ideale estetico ariano.

Il messaggio di questi film non è di chiara condanna. In Superstition, la protagonista è essa stessa una vittima.
Con dispiacere ho sentito qualcuno affermare che si tratta di un film misogino, solo perché la fine è tragica per la donna. La trama mostra chiaramente come non sia lei a distruggere gli uomini, ma siano essi stessi a distruggersi, e durante il film la nostra simpatia è tutta per lei.

Proporre oggi il cinema muto ha anche il merito di costringerci a fare i conti con la nostra storia. In proposito volevo chiederle della decisione di proiettare Ham and Eggs at the Front.
Si tratta del primo ruolo importante di Myrna Loy, un film che si riteneva perduto, ritrovato grazie alla Cineteca di Milano. Racconta le gesta valorose di un battaglione di soldati di colore. Quando l’ho visto mi sono detto. “Oddio, cosa possiamo farcene?”. I protagonisti sono attori bianchi truccati “Black face”, e il film è intriso di stereotipi razzisti. La stessa Loy, che ha poi dedicato la sua vita all’attivismo di sinistra, nella sua autobiografia, ha scritto “Come ho potuto?”.

Ma avete comunque deciso di proiettarlo.
Da una ricerca sulla stampa afroamericana dell’epoca emerge che la comunità sosteneva il film: in parte perché c’era una abitudine a vedersi rappresentati in quel modo, ma anche perché i neri erano gli elementi positivi della storia, gli eroi, e poi un nutrito gruppo di attori
secondari era afroamericano. Perciò abbiamo deciso di mostrarlo qui, a un pubblico di specialisti, senza metterlo in rete e affidando le note di catalogo a una studiosa di cinema afroamericano esperta di black face. In un momento in cui è forte il dibattito internazionale sulla cultura della cancellazione, che chiede di non mostrare ciò che ci disturba del passato, penso piuttosto sia importante vedere ciò che ci fa orrore, affinchè non riaccada. Perciò sono molto soddisfatto che il film venga proiettato, e curioso di vedere come le persone reagiranno ai suoi aspetti più problematici.

Pensa sia possibile far arrivare Buster Keaton alle prossime generazioni?
Quando ero bambino la tv aveva otto canali. Facendo zapping potevo trovarmi davanti ora un cartone animato, ora un telefilm, un film di Buster Keaton. Non avevo scelta, ero semplicemente esposto a quello che passava. Oggi i bambini hanno a disposizione tanti canali dedicati di cartoni animati. Non vedono altro. Ciò ha creato nelle nuove generazioni una totale assenza di conoscenza di altri linguaggi. C’è poi una sorta di pregiudizio verso il “vecchio”. Ai miei occhi non è importante che una cosa sia nuova, ma che sia ben fatta, originale. Dico sempre che se mostri un film muto a una persona che non ne ha mai visto uno, un film di qualità, con una musica che si lega alle immagini, allora lo acchiappi, perché è pura arte visuale. Vorrei raccontare un aneddoto che mi ha colpito: nella nuova stagione di Star Trek, la nave spaziale è inviata in un lontanissimo futuro. L’equipaggio è disperato perché non sa se riuscirà mai a tornare indietro. Il comandante allora per tirare su il morale proietta proprio un film di Buster Keaton. E tutti ritrovano il sorriso. Ecco, secondo me gli autori hanno colto il senso e la bellezza del cinema muto. È qualcosa che ci fa avvicinare gli uni agli altri, che travalica i confini linguistici, basta semplicemente cambiare le didascalie. A volte neanche servono, come nel caso di Buster Keaton, perché sono immagini universali.

Nella foto: Ellen Richter in Aberglaube (1919) di Georg Jacoby (Eye Filmmuseum, Amsterdam)

 

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