«Per bloccare l’emorragia dei ricercatori costretti a emigrare occorre una Finanziaria che dia prospettive certe agli enti scientifici e alle università» avverte Giorgio Parisi, fresco vincitore del Nobel per la Fisica

Sono passati diversi giorni ma ancora non si è spenta l’eco dall’applauso emozionante e interminabile che il 5 ottobre scorso ha accolto il fisico e vice presidente dell’Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, alla “sua” università, La Sapienza di Roma, dopo che la notizia dell’assegnazione del Nobel per la Fisica era stata resa pubblica dall’Accademia reale svedese delle scienze. Abbiamo in testa cento e cento domande da fargli, consapevoli che il tempo a disposizione è poco per la mole di impegni ai quali il professore, sempre generoso e disponibile, non si sottrae. Ma all’orario fissato per l’intervista il suo telefono squilla a vuoto diverse volte. Mentre pensiamo a un piano B è lui che richiama: «Mi scusi, ero al telefono con Stoccolma, mi chieda quel che vuole».

Professore ci racconti come e quando è “nato” questo premio. C’è un momento preciso?
Certo che c’è, lo ricordo benissimo. Ricordo che ero a Frascati. Prima di lasciare il laboratorio fotocopiai alcuni articoli per studiarli durante le vacanze di fine anno. Erano gli ultimi giorni del 1978. Ma quello che ritenevo un problema facile da risolvere si rivelò invece estremamente difficile e facevo solo dei progressi parziali senza trovare il bandolo dell’equazione. La svolta ci fu nella primavera del 1979 quando scrissi una serie di articoli con la soluzione. Se si volesse datare la scoperta che è all’origine del Nobel, questa essenzialmente è del 1979.

E poi cosa è accaduto?
Una scoperta scientifica è un po’ come un bambino. Ci si tiene a farlo, ma anche a seguirlo, ad accompagnarne la crescita, a vederlo diventar grande e così via. In buona sostanza il nucleo duro del lavoro è…

 

 


L’intervista prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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