L’allarme lanciato dagli scienziati e dal movimento dei giovani è sempre più forte. Le politiche climatiche e l’equità intergenerazionale restano al centro dell’attenzione mediatica, ma non sono ancora riuscite a cambiare le sorti delle negoziazioni

Tic toc, tic toc. Bla, bla, bla. Sono i due suoni che ho in testa mentre cerco di prendere sonno a 10mila metri sull’oceano Atlantico. Tic toc è il suono del tempo che passa. Più precisamente il tempo che ci resta a disposizione per invertire rotta ed evitare la catastrofe climatica. La scienza ci dice che ci restano 9 anni per dimezzare le emissioni rispetto ai livelli del 2010, e che dal 2030 al 2050 dobbiamo raggiungere emissioni nette zero.

Blah, blah, blah è lo slogan con cui il movimento dei giovani attivisti di Fridays for future accusa i governanti di parlare molto e agire poco sul clima. Ed in effetti non hanno torto. L’ultimo rapporto della segreteria della Convezione Onu sul clima che analizza l’insieme di tutti i piani nazionali di mitigazione delle emissioni dice che, pur assumendo che tutte le misure siano messe in atto – e non è affatto detto che lo siano – le emissioni globali al 2030 saranno aumentate del 16%, invece di diminuire del 50%. Il gap tra scienza e politiche resta enorme. Tic toc e bla, bla, bla mentre provo a prendere sonno.

Sono in viaggio da Washinton DC, dove lavoro al Fondo mondiale per l’ambiente presso la Banca mondiale, verso Glasgow, in Scozia, dove capi di Stato e primi ministri di più di 130 Paesi si riuniscono dal 31 ottobre per la Conferenza del clima delle Nazioni Unite, la Cop26. Di Cop ce ne sono state molte. 26 per la precisione. Ma non tutte le Cop sono uguali. Ogni cinque o sei anni ce n’è una speciale, più importante. Nel 2009, a Copenaghen, fu un disastro. I Paesi chiamati a discutere che fare dopo il fatidico 2012, l’anno in cui il Protocollo di Kyoto in pratica avrebbe, se non rinnovato, perso la sua forza come strumento di attuazione della Convenzione, non riuscirono ad accordarsi, generando il caos nel panorama climatico internazionale. Ci vollero 6 anni per mettere un po’ d’ordine.

A Parigi, nel 2015, si raggiunse un accordo storico, anche se non senza difficoltà e critiche. L’accordo diceva che i firmatari – ad oggi più di 190 Paesi – si accordavano a mettere in atto misure nazionali autodeterminate per limitare l’aumento della temperatura al di sotto dei due gradi, e meglio ancora di un grado e mezzo. Come condizione fondamentale affinché i Paesi in via di sviluppo – inclusi Cina, India e Brasile in testa al gruppo – chiesero ed ottennero un impegno da parte delle economie più avanzate di mettere sul tavolo 100 miliardi di dollari all’anno, a partire dal 2020. Le ultime stime indicano che questa cifra non è stata raggiunta, e che tra 2020 e 2021 sono stati racimolati solo 80 dei 200 miliardi che sarebbero dovuti essere messi a disposizione. Certamente non un buon punto di partenza per il negoziato a Glasgow.

La questione delle risorse messe sul tavolo resta la più importante per il successo di questa Cop26. E’ una questione di fiducia tra le parti: senza i 100 miliardi all’anno sembra difficile che i paesi in via di sviluppo possano essere convinti an adottare obiettivi climatici in linea con l’Accordo di Parigi ed a intraprendere le trasformazioni economiche necessarie per raggiungere emissioni nette zero prima del 2050. E ricordiamoci che la quasi totalità dell’aumento delle emissioni si aspetta proprio nei Paesi in via di sviluppo, che dovranno nei prossimi tre decenni fornire energia, cibo, abitazioni moderne e con aria condizionata e mezzi di trasporto a centinaia di milioni di persone che ad oggi non le hanno.

La seconda priorità, strettamente collegata con la prima, riguarda gli sforzi per mantenere viva la speranza di poter limitare il riscaldamento globale sotto i 1.5 gradi al 2100. Ad oggi, siamo già a 1.1 gradi, non manca molto. Come dicevo prima, il gap resta enorme e piani nazionali molto più ambiziosi sono disperatamente necessarie. Secondo l’analisi del Climate Action Tracker, una organizzazione misura il livello di adeguatezza dei piani nazionali, solo la Gambia sembra aver annunciato misure che sono in linea con l’ambizione di Parigi. Tutti gli altri vanno da completamente inadeguato a non sufficiente. Molti osservatori avevano sperato in un segnale forte da parte degli Stati Uniti, che con la presidenza Biden avevano segnalato una volontà forte di rimettersi alla guida del negoziato sul clima e di fare la loro parte sia in termini di risorse che di politiche nazionali.

Biden ha recentemente annunciato il suo obiettivo di raggiungere la neutralità climatica, ovvero zero emissioni nette, al 2050, ristabilendo in qualche modo la credibilità degli Stati Uniti nell’ambito del negoziato. Ma oggi è chiaro che la strada intrapresa da Biden resta in salita. E non di poco. La legislazione cardine del suo piano per il clima, inserito nella legge con cui si dovrebbe approvare lo stimolo sulla ripresa economica, il più grande dai tempi del New Deal di Roosevelt, resta in ostaggio di due senatori, Joe Manchin (Dem-West Virginia) e Kirsten Sinema (Dem-Arizona), in un senato in cui i Democratici hanno una maggioranza risicatissima si un seggio. Dei due senatori, sulla carta Democratici, uno viene dallo Stato con la più alta produzione di carbone in America, la West Virginia. Resta da vedere se il senato riuscirà ad approvare la legislazione in tempo per legittimare l’agenda di Biden al G20 e alla Cop26.

Altri elementi all’ordine del giorno che rendono questa Cop cosi delicata includono la richiesta dei Paesi più vulnerabili di fondi per la riparazione del danno da danni già ad oggi causati dal global warming e la negoziazione di meccanismi di trasferimento di porzioni di riduzione delle emissioni da uno Stato all’altro. Entrambe queste questioni sono in agenda già da varie Cop, e non scommetterei un soldo sul fatto che si possa raggiungere una soluzione nelle prossime due settimane, anche se la speranza resta.
La pressione che la scienza e il movimento dei giovani stanno creando continua ad aumentare. Urgenza di allineare le politiche climatiche con l’ambizione di Parigi e l’equità intergenerazionale restano al centro dell’attenzione mediatica, ma non sono ancora riuscite a cambiare le sorti delle negoziazioni. Tic toc, tic toc. Bla, bla, bla.


Per approfondire, leggi Left del 29 ottobre 2021

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