«Chiedo alla comunità internazionale di non riconoscere il nuovo governo talebano», dice Maryam Barak. All’assemblea delle donne della Flai Cgil la giornalista afgana rifugiata in Italia ha parlato della sua esperienza, dalla caduta dei fondamentalisti nel 2002 al loro
recente ritorno al potere. E qui la ripercorre per i lettori di Left

Mi sono accorta che ogni volta che qualcuno mi chiede “da dove vieni” e io rispondo “Afghanistan” immediatamente loro dicono “e i talebani?”. E “come sei stata educata?”. Perché sfortunatamente quando parli di donne afgane ci si immagina una donna deprivata di tutti i suoi diritti, di una donna col burqa. E questo è il regalo ricevuto dai talebani al loro arrivo nel 1996. Io sono nata nel 1996 e i miei genitori decisero di lasciare l’Afghanistan perché avevano quattro figlie e volevano garantire loro un’istruzione che non sarebbe stata possibile coi talebani. Così siamo scappati nel Paese più vicino, il Pakistan. Dopo circa cinque anni, nel 2002, quando i talebani collassarono siamo tornati in Afghanistan, avevo sei anni e per la prima volta ho visto donne col burqa e mi chiedevo “ma con il burqa sono in grado di vedere qualcosa?”. Così un giorno quando ho visto una donna col burqa l’ho scimmiottata, lei si è arrabbiata e mi ha sgridato. Lì ho capito che erano capaci di vedere attraverso il burqa.

Con la caduta dei talebani, la democrazia era sbocciata dando alle donne importanti miglioramenti. Si sono tenute le elezioni e le donne hanno iniziato a godersi la libertà. Molte ragazze si sono iscritte a scuole e università. Anche il governo e le Ong hanno lavorato per le donne che hanno potuto avere accesso ai loro diritti fondamentali. L’Afghanistan è un Paese “tradizionale” “tradizionalista”, un Paese dove le donne sono sempre state vittime di violenza. Uno dei posti peggiori per noi, in quanto c’è sempre una chiara discriminazione rispetto agli uomini. Nonostante i molti ostacoli le donne afgane hanno sempre sostenuto i propri diritti. Negli ultimi 20 anni le afgane hanno ottenuto risultati significativi in vari settori: dall’economia all’impresa, agli spazi finora loro vietati. Ci sono alcune professioni-attività che da sempre la società afgana ha precluso alle donne. Ad esempio: il cinema, l’arruolamento nelle forze armate, il canto, il giornalismo e così via.

Come giornalista ho affrontato molte sfide, ma sono stata fortunata perché mio padre è una persona mentalmente aperta e mi ha sempre sostenuto. Ho studiato giornalismo all’Università di Kabul, svolto un corso post-laurea in India ed un programma di borse di studio in Sri Lanka. La cosa più importante è stata lavorare con i miei media internazionali preferiti. Ero molto felice perché stavo raggiungendo i miei obiettivi sapendo che i miei genitori non subivano critiche o violenze nella loro comunità, potendo consentire alle loro figlie di ricevere un’istruzione, di uscire dal Paese e di…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 novembre 2021

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