Trent’anni fa la legge che ha definito le cooperative sociali, un universo di oltre 16mila imprese e circa mezzo milione di lavoratori. «Noi mettiamo insieme produzione, lavoro e solidarietà. È questo il vero sviluppo», dice la presidente di Legacoopsociali

In Italia, attraversa silenzioso la società un mondo produttivo i cui principi costitutivi storicamente si fondano sulla solidarietà e sull’interesse generale. È il mondo delle cooperative sociali, quelle di tipo A che si occupano di servizi educativi e sociosanitari, e quelle di tipo B riservate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Esattamente trent’anni fa la legge 381 ha definito questa parte importante del Terzo settore, rappresentata oggi da oltre 16mila imprese, circa mezzo milione di addetti e un valore di produzione annua di 16 miliardi di euro. Di progetti e prospettive di una tale galassia si parlerà il 25 e 26 novembre a Bologna al quinto congresso nazionale di Legacoopsociali, alla cui presidente Eleonora Vanni, reduce da un congresso in Calabria, abbiamo chiesto di fare il punto.

Quando la legge è arrivata nel 1991, le cooperative esistevano da molto tempo e con visioni diverse, anche politicamente. A distanza di trent’anni, qual è il bilancio?
La legge è intervenuta su un importante movimento culturale e sociale che era già vivo nel Paese – io a settembre, per esempio, ho festeggiato i 40 anni della cooperativa Noncello, quella raccontata nel film Si può fare. Dopo trent’anni esiste un mondo della cooperazione sociale diffuso in tutto il territorio nazionale, in maniera importante anche al Sud, caratterizzato anche da piccole e piccolissime cooperative che nelle comunità ne rappresentano un po’ il punto di riferimento, per il lavoro che creano. Quindi un soggetto, da una parte fortemente radicato nei territori, e dall’altra, che si è strutturato anche in relazione alla pubblica amministrazione, contribuendo a portare avanti percorsi di innovazione – pensiamo ai servizi per l’infanzia, alle comunità per i minori ecc. Una progettualità innovativa, per un altro verso, rimasta, per così dire, intrappolata dalle gare d’appalto, dall’affidamento dei servizi. Insomma, una realtà che richiede oggi una grande qualità professionale, una importante capacità di gestione ma anche una necessità di recuperare quella soggettività politica e sociale delle nostre radici.

In questi anni di tagli, gli enti locali si sono serviti anche dell’attività delle coop sociali perché non potevano mantenere i servizi. È la cosiddetta esternalizzazione su cui sono sorte molte polemiche. Chi lavora nelle coop sociali, questa la critica, ha meno diritti, meno tempo per la formazione rispetto ai colleghi del pubblico.
Questa è una realtà sulla quale c’è una narrazione che non è sempre correttissima. Io credo, e lo dico non perché voglio fare gli interessi delle cooperative sociali, che il dovere degli enti pubblici sia quello di…


L’articolo prosegue su Left del 19-25 novembre 2021

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