La legge di bilancio non prevede risorse per il rinnovo del contratto, né per stabilizzare i precari e nemmeno per ridurre le classi numerose. Contempla invece un “fondo dedizione nell’insegnamento”. Ecco perché si è arrivati allo sciopero generale del 10 dicembre

Dopo due anni di pandemia, i cui effetti continuano a manifestarsi, che ne è della scuola? Il senso di abbandono, di essere messi da parte, provato da insegnanti e studenti all’inizio di quel durissimo lockdown della primavera 2020 e poi continuato tra Dad, riaperture e chiusure, quarantene e banchi a rotelle, ricerca didattica e paradossi burocratici, ha trovato finalmente una risposta da parte dello Stato? Parrebbe proprio di no. E una conferma della fibrillazione che attraversa tutto il mondo della scuola è la proclamazione dello sciopero per il 10 dicembre.

Alcuni mesi fa la situazione sembrava diversa. Il 20 maggio era stato firmato dal ministro dell’Istruzione Bianchi e dai segretari generali dei sindacati Cgil, Cisl e Uil il “Patto per la scuola al centro del Paese”. Un titolo significativo, per un testo che conteneva 21 impegni precisi per rilanciare la scuola: dal reclutamento alla formazione, dalla riduzione delle classi numerose a «politiche salariali per la valorizzazione del personale dirigente, docente e Ata». Insomma, tanti buoni propositi in un momento in cui era iniziata la campagna vaccinale e si cominciava a intravedere una luce in fondo al tunnel.

Da quel Patto siamo arrivati alla legge di bilancio, definita dal sindacato un «autentico schiaffo per un milione e 200mila lavoratori e alle esigenze della scuola». La manovra da 33 miliardi non prevede infatti risorse per il rinnovo del contratto scaduto da tre anni e contempla solo un fondo per la “valorizzazione della professionalità dei docenti” di 240 milioni, che premia, si legge all’articolo 108, «in modo particolare la dedizione nell’insegnamento».

Un fondo di…

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L’articolo prosegue su Left del 3-9 dicembre 2021

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Donatella Coccoli
Una laurea in Filosofia (indirizzo psico-pedagogico) a Siena e tanta gavetta nei quotidiani locali tra Toscana ed Emilia Romagna. A Rimini nel 1994 ho fondato insieme ad altri giovani colleghi un quotidiano in coooperativa, il Corriere Romagna che esiste ancora. E poi anni di corsi di scrittura giornalistica nelle scuole per la Provincia di Firenze (fino all'arrivo di Renzi…). A Left, che ho amato fin dall'inizio, ci sono dal 2009. Mi occupo di: scuola, welfare, diritti, ma anche di cultura.