Contro ogni tortura, contro ogni carcere, persino quelle del linguaggio. In “Trascendi e sali”, l’artista scompone, trasforma e gioca con le parole in un viaggio tra attualità e mondi (im)possibili

Le parole sono mondi, e i mondi sono parole. Sono fatti di parole, perché li nominiamo all’infinito, e dunque li creiamo e ricreiamo. Ovvero, li facciamo divertire. Con il linguaggio. Ed è proprio la L di linguaggio la consonante chiave che ne apre lo scrigno. È lei, ad esempio, a dividere, in inglese, i mondi (worlds) dalle parole (words). E i grandi, in letteratura, nel pensiero, inventano mondi nuovi inventando, scoprendo, parole nuove. Ovvero, mettendole a nudo.

Questo capita a Joyce, questo capita a Dante, questo capita a Bruno. E capita perché, come ci hanno spiegato i fisici che studiano la composizione dell’universo definendone la sostanza “granulare”, gli scrittori e i pensatori, quelli grandi, sanno pure che il linguaggio è esso stesso granulare. È fatto di particelle minime, particelle che si incontrano e ne compongono la materia. Lettere, segni, grafemi. Le lettere sono il microcosmo in cui si riflette, in maniera frattalica, il macrocosmo della scrittura.

Lettere che sono esse stesse nomi, ma sono anche missive: impostate e recapitate, quando va bene, per mutare scenari. Ma gli scenari mutano anche quando mutano le lettere. E le lettere, in uno storico spettacolo di Alessandro Bergonzoni – spettacolo che per una settimana ha stregato gli spettatori del Teatro Vittoria a Testaccio, nella capitale – hanno danzato, capitombolando tra mondi e stravolgendo aspettative. Un eterno tramontare. Sin dal titolo: Trascendi e sali, ci fa ascendere. Come ascende l’artista all’inizio sull’impalcatura: sale e scende, condendo di sensi i nostri pensieri. Perché, come dice in un passaggio memorabile, «le scale se non le sali non sanno di niente».

È uno spettacolo immortale e sempre cangiante, che sa far trascendere e trasumanare, mutando sostantivi in verbi, fondendo parole, scomponendole, arieggiandole: regalando, ovvero, assai più che un’ora d’aria in questo sprigionamento totale del linguaggio.
È una teoria di possibili impossibilità, quella che mette in scena Bergonzoni. Con interludi in cui la comicità fa sul serio. E ri-vela, ossia, vela due volte quello che è il cono d’ombra delle parole. In scenari in cui queste, le parole, emergono dall’oscurità allo schiarimento: a volte, tramite un…

nella foto di Chiara Lucarelli: Alessandro Bergonzoni in “Trascendi e sali”


L’articolo prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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