La crisi umanitaria afgana è la peggiore che si sia mai vista, ammettono le Nazioni unite: «Un milione di bambini rischia di morire di fame nei prossimi mesi». Dopo 40 anni di guerra e cinque mesi di governo talebano l’Afghanistan è al collasso sanitario, economico, politico. Povertà, fame, mancanza di servizi essenziali, violenza quotidiana contro […]

La crisi umanitaria afgana è la peggiore che si sia mai vista, ammettono le Nazioni unite: «Un milione di bambini rischia di morire di fame nei prossimi mesi».
Dopo 40 anni di guerra e cinque mesi di governo talebano l’Afghanistan è al collasso sanitario, economico, politico. Povertà, fame, mancanza di servizi essenziali, violenza quotidiana contro le donne alle quali è impedito studiare e lavorare liberamente, violenze e abusi sui bambini venduti come merce, repressione di ogni dissenso e persecuzione di giornalisti e attivisti…

Gli unici ad avere mani libere sono i trafficanti di droga. Quando lo scorso 15 agosto i talebani hanno preso il potere, di fronte alla strage all’aeroporto, e alla rappresaglia in cui hanno perso la vita anche bambini e civili colpiti dal fuoco amico Usa, abbiamo detto mai più! Ma ben presto su questo martoriato Paese si sono spenti i riflettori internazionali e in questo rigido inverno la popolazione si trova ad affrontare una situazione drammatica, con disoccupazione e prezzi degli alimenti alle stelle, con quotidiane e gravi violazioni dei diritti umani, come denuncia su Left la ex parlamentare, insegnante e attivista Malalai Joya, ora costretta a vivere in clandestinità. Ne raccoglie il testimone in Italia, dove ha trovato rifugio, la giovane giornalista afgana Maryam Barak. Come raccontiamo nella storia di copertina il suo doloroso percorso ha molte affinità con quello dello scrittore Alì Ehsani, che dall’Afghanistan fu costretto a scappare nel 1997 a soli 8 anni, con il fratellino, dopo aver perso i genitori e la casa in un bombardamento. Due storie che ci dicono quanto poco la situazione sia cambiata negli ultimi vent’anni, nonostante tanta retorica sull’esportazione della democrazia.

«L’occupazione militare delle forze Nato (2001 – 2021) ha prodotto centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, a causa degli scontri a fuoco e dei bombardamenti, ma anche della fame, della mancanza di acqua e di infrastrutture», denuncia la Coalizione della società civile afgana per la laicità e la democrazia in un documento rivolto ai governi e alle istituzioni europee.

Una sciagura sono state anche la coltivazione e il commercio dell’oppio. Un ulteriore impoverimento della popolazione è stato provocato «dalla riconversione forzata delle coltivazioni, della trasformazione dei contadini proprietari in manodopera costretta a lavorare sotto minaccia», si legge nel documento della Coalizione rilanciato dal Cisda (Coordinamento italiano di sostegno alle donne afgane). «Avviata dai signori della guerra già ai tempi dell’invasione sovietica, la coltivazione di oppio ha registrato un’impennata nel corso del ventennio dell’occupazione occidentale». La responsabilità è stata del governo afgano sostenuto dagli americani e ora è dei talebani dell’Emirato islamico, «tra i narcotrafficanti più potenti al mondo».

Ma il Paese è anche profondamente segnato dalle guerre per procura. Gli Stati Uniti hanno agito sul territorio attraverso Pakistan e Arabia Saudita e, anche dopo la loro ritirata, continuano a contendersi questa area geopolitica con Cina, Iran, Russia e Pakistan. Come abbiamo scritto in altre due numeri dedicati all’Afghanistan, con gli accordi di Doha, gli Usa di Trump strinsero un patto con i fondamentalisti, finanziandoli mentre pubblicamente lanciavano la guerra al terrore. Questo doppio gioco ha di fatto bloccato l’avvio del processo democratico e dell’emancipazione femminile, denuncia Malalai Joya. Dopo il ritiro degli Usa e delle altre forze Nato la popolazione afgana si è trovata consegnata a Russia, Cina, Turchia e Iran, potenze che violano i diritti umani e disposte ad allearsi con i Talebani. Intanto dal Pakistan si fa avanti l’Isis-Khorasan che predica il jihad a livello mondiale. In tutto questo l’Unione europea non fa sentire una propria voce, se non cercando di bloccare il flusso delle migrazioni forzate dall’Afghanistan.

Che fine hanno fatto i valori di laicità, democrazia e rispetto dei diritti umani di cui l’Europa si fa vanto? Da convinti europeisti constatiamo con dolore come l’Ue stia abdicando a se stessa lasciando che migliaia di profughi siano stretti nella morsa della neve lungo la rotta balcanica e al confine fra Bielorussia e Polonia.

Schiere di politici italiani di destra si sono lanciati in una crociata in difesa degli auguri di «Buon Natale», che la Commissione europea chiedeva di sostituire con un più inclusivo «Buone feste», ma non muovono un dito per chi, in carne ed ossa, oggi si trova senza soccorsi al freddo e al gelo. Si preferisce salvare il rito, infischiandosene delle persone.
Ribellandoci a questa logica disumana e ipocrita torniamo a dare voce a chi difende i diritti umani e rivendica il “diritto di non credere” e che – come documenta il Rapporto sulla libertà di pensiero realizzato da Humanists international – ancora oggi è discriminato e oppresso in molti parti del mondo.

In Afghanistan in particolare le forze laiche e progressiste (molte guidate da donne) sono gravemente minacciate. Eppure come Malalai Joya continuano a lottare contro l’Emirato Islamico, costruendo reti di scuole clandestine per le ragazze, aiutando le donne che sono vittime di violenza, impegnandosi a sostenere l’autodeterminazione del popolo afgano, attivando reti internazionali di sostegno in Europa. «Il coraggio e la resistenza delle donne contro i misogini talebani sono una fonte di speranza per il futuro dell’Afghanistan», dice Malalai, la nostra “donna dell’anno”. Ci uniamo alla sua voce e a quella delle donne di Rawa-Revolutionary association of the women of Afghanistan. Sosteniamole.

Il ritratto di Malalai Joya qui pubblicato è stato realizzato da Fabio Magnasciutti per Left

 


L’editoriale è tratto da Left del 24 dicembre 2021, che resterà in edicola fino al 6 gennaio 2022

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