Un viaggio poetico tra passato e presente nel cuore dei Balcani, dove la tragedia della guerra ha colpito in maniera violentissima per prime le donne. È il film “Bosnia Express”, adesso nelle sale. «Non c’è spazio per i carnefici nel mio docufilm», dice il regista. «C’è spazio per la musica, per la danza, per la vita»

C’è un dolce fatto di mille sfoglie e frutta secca intriso di sciroppo di miele che si chiama baklava e che unisce diversi Paesi, dai Balcani fino in Medio Oriente, e poi c’è un film, Bosnia Express che racconta anche di questo dolce. Sembra quasi di sentirne il sapore. Eppure se il baklava unisce tutti i popoli, c’è stato un momento in cui nel cuore dei Balcani si sono fatti la guerra, una guerra fatta da chi ha vissuto insieme per secoli.

Bosnia Express è un viaggio tra passato e presente. Trieste, Sarajevo, Srebrenica Tuzla, Stolac, Mostar, Medjugorje. Un viaggio che fa un salto temporale dalla guerra del 1995 ai giorni nostri. Una guerra che nessuno potrà mai dimenticare. Questo però non è un film sulla guerra, è un film di denuncia, un film sulla rivincita. La rivincita delle donne che sono state le più attaccate, quelle che maggiormente hanno cercato di distruggere. In quest’ultima frase c’è qualcosa che stona, qualcosa che non suona bene, forse perché il verbo “distruggere” e la parola “donna” non dovrebbero mai stare uno vicino all’altra.
Bosnia Express del regista, scrittore e produttore Massimo D’orzi, ispirato al libro omonimo di Luca Leone, è la terza tappa di una trilogia iniziata dal regista nel 2003 con La rosa più bella del nostro giardino, proseguita nel 2004 con Adisa o la storia dei mille anni, film ambientato fra le comunità Rom della Bosnia Erzegovina, presentato in numerosi festival internazionali e distribuito in molti Paesi del mondo.

«Avevo un conto in sospeso con la Bosnia dopo esserci stato nel 1996 insieme ad un gruppo di servizi umanitari e poi nuovamente nel 2004. Nel 1996 arrivai in una Mostar distrutta, senza luce, sprofondata nel medioevo, dove si camminava con il rischio di calpestare una mina. Non avrei mai immaginato si potesse arrivare a tanto. Un viaggio che mi ha segnato profondamente. In quell’occasione incontrai molte persone testimoni di quella guerra. Incontrai anche diverse donne, molte di loro erano state vittime di stupro e ogni tipo di violenza. Mi ricordo in particolare Ana, aveva gli occhi di vetro, non sorrideva più. Forse Bosnia Express è la risposta a…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 febbraio 2022 

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