Il disastro era evitabile, sostiene il medico e attivista Vittorio Agnoletto in questo testo tratto dal nuovo numero del bimestrale di politica e cultura “Su la testa”

Il coro delle cassandre
Non c’è alcun motivo di credere che l’Aids rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del Next Big One, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile (per i sismologi californiani il Big One è il terremoto che farà sprofondare in mare San Francisco, ma in questo contesto è un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche). Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, Nbo. La differenza tra Hiv-1 e Nbo potrebbe essere, per esempio, la velocità di azione: Nbo potrebbe essere tanto veloce a uccidere quanto l’altro è relativamente lento. Gran parte dei virus nuovi lavorano alla svelta».

Frasi profetiche scritte da David Quammen nel famoso libro Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic1: è il 2012, non siamo di fronte ad un’opera di science fiction ma ad un acuto osservatore di quello che sta accadendo al nostro pianeta e che diversi scienziati documentano con importanti ricerche spesso ignorate dall’immenso circuito di interessi che ruota attorno all’industria della salute.
“We Made the Coronavirus Epidemic. It may have started with a bat in a cave, but human activity set it loose” (Noi abbiamo prodotto l’epidemia di Coronavirus. Potrebbe aver avuto inizio con un pipistrello in una grotta, ma l’attività umana l’ha scatenata). Questo è il titolo di un articolo pubblicato sul New York Times il 28 gennaio 2020, nel quale lo stesso David Quammen individua delle precise responsabilità umane nello sviluppo delle recenti epidemie.

Ne riportiamo un brano: «Invadiamo foreste tropicali e altri paesaggi selvaggi, che ospitano così tante specie di animali e piante, e, all’interno di quelle creature, così tanti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi; uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia e li mandiamo ai mercati. Distruggiamo gli ecosistemi e liberiamo i virus dai loro ospiti naturali. Quando ciò accade, hanno bisogno di un nuovo ospite. Spesso siamo noi».
Quammen elenca alcuni di tali virus: «Machupo, Bolivia, 1961; Marburgo, Germania, 1967; Ebola, Zaire e Sudan, 1976; H.I.V., riconosciuto a New York e in California, 1981; una forma di Hanta (ora nota come Sin Nombre), Stati Uniti sudoccidentali, 1993; Hendra, Australia, 1994; influenza aviaria, Hong Kong, 1997; Nipah, Malesia, 1998; West Nile, New York, 1999; SARS, Cina, 2002-3; MERS, Arabia Saudita, 2012; Ebola di nuovo, Africa occidentale, 2014. […] Ora abbiamo nCoV-2019, l’ultimo colpo in batteria». E aggiunge: «Le circostanze attuali includono anche burocrati che mentono e nascondono cattive notizie, e funzionari eletti che si vantano davanti alla folla per il taglio delle foreste per creare posti di lavoro nell’industria del legname e per l’agricoltura o per tagliare i budget per la salute pubblica e la ricerca». Quammen ricorda inoltre che i virus, da qualsiasi Paese vengano, viaggiano comodamente in aereo, ospiti dei passeggeri.
Il dominio degli interessi privati, trasformatosi in logica predatoria, ha segnato in profondità il rapporto che si è stabilito tra l’essere umano, gli altri viventi presenti sulla terra e l’equilibrio di tutto il pianeta.

«[…] la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto “cigno nero” – scrive l’economista Gaël Giraud su Civiltà Cattolica – era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti, ma non è nemmeno uno “shock esogeno”. Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni […]». «La salute di tutti – continua Gaël Giraud nell’articolo citato – dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la “grande peste” che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri Coronavirus».
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel marzo del 2019 pubblicò Global Influenza strategy 2019-2030, un documento nel quale era scritto: «La minaccia di una nuova influenza pandemica è sempre presente. Il rischio di un nuovo virus influenzale che si trasmetta dagli animali all’uomo e causi una pandemia è più che mai reale. La domanda non è se avremo mai un’altra pandemia, ma quando. Dobbiamo essere vigili e preparati: il costo di una grave epidemia influenzale è molto superiore al prezzo di una prevenzione efficace».

Quale antropocene vogliamo?
Secondo il rapporto annuale del Programma congiunto di monitoraggio Unicef-Oms su acqua e igiene (Jmp), Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities, nel mondo una persona su tre ha uno scarso accesso all’acqua e ai servizi igienicosanitari; circa 2,2 miliardi di esseri umani non dispongono di un accesso all’acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per un semplice ma indispensabile comportamento igienico: lavarsi le mani; un gesto che a noi sembra banale, ma che, come abbiamo recentemente imparato, può evitare un’infezione potenzialmente mortale.

Moltissimi sono i dati che documentano come l’attuale modello di sviluppo stia distruggendo l’equilibrio del Pianeta; affrontare in profondità questo argomento esula dall’obiettivo di questo libro, mi limiterò quindi a ricordare l’impronta ecologica, un complesso indicatore che valuta il consumo delle risorse naturali da parte degli esseri umani, in relazione alla capacità della Terra di rigenerarle in modo tale da non modificare l’equilibrio del pianeta.
Ogni anno gli scienziati indicano l’Earth overshoot day, la data nella quale gli esseri umani hanno utilizzato la quantità totale di risorse biologiche che la Terra è capace di produrre nell’arco di dodici mesi; semplificando: quello che consumiamo da tale data fino alla fine dell’anno non verrà più rimpiazzato, provocando quindi un impoverimento delle risorse del pianeta. Nel 2020 la fatidica data è arrivata il 22 agosto, ventiquattro giorni dopo l’Earth overshoot day del 2019 che era stato il 29 luglio. Questo “risparmio” si è realizzato grazie ai blocchi dell’attività umana conseguenti alle misure decise per contrastare la diffusione del Coronavirus. Quest’anno consumeremo comunque circa il 60% in più delle risorse che potranno essere rinnovate dalla madre Terra.

La soluzione non è quella di augurarsi per il prossimo futuro un virus ancora più aggressivo, in grado di obbligarci a ulteriori lockdown, ma di essere capaci di modificare il nostro stile di vita per garantire un futuro all’umanità, superando un modello fondato su uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta. Le conseguenze le conosciamo: distruzione della natura, deforestazione, allevamenti intensivi e conseguente diffusione di elementi inquinanti in grado di danneggiare l’ambiente naturale, le piante e gli animali e di produrre/liberare agenti patogeni che possono costituire una minaccia per la nostra salute anche interrompendo e modificando le catene alimentari degli animali e diventandone noi stessi un eccellente mezzo di trasporto.

La salute universale e chi la minaccia 
Dalla conclusione della Seconda guerra mondiale si sviluppò, a livello globale, una grande attenzione per la salute collettiva come parte integrante di un percorso di rinascita dopo l’orrore nazista: nel 1946 nasce l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia e, subito dopo, il 22 luglio 1946, viene fondata l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che inizia ufficialmente la sua attività il 7 aprile 1948 e definisce la salute come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità».
Nell’Atto di costituzione dell’Oms viene affermato che «il godimento del più alto livello raggiungibile di salute è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale».

Secondo l’Oms, i governi nazionali sono i primi responsabili della tutela e della promozione della salute dei loro cittadini e la qualità e il funzionamento dei sistemi sanitari nazionali sono elementi fondamentali per giudicare lo sviluppo sociale ed economico di un Paese.
Sono gli anni della “salute al primo posto”, dell’assistenza sanitaria di base per tutti, delle iniziative per ridurre la mortalità infantile, della prima lista dei farmaci essenziali per «soddisfare le necessità di cura della maggioranza della popolazione», argomenti che nel 1978 saranno al centro della conferenza di Alma Ata, il punto più alto raggiunto dall’elaborazione dell’Oms, dove s’ipotizza un servizio sanitario fondato sui principi di equità, partecipazione, prevenzione e approccio multidisciplinare. In Italia, il 1° gennaio 1948, entra in vigore la Costituzione repubblicana, che all’articolo 32 recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti […]» e all’articolo 3 è stabilito che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]».

In poche righe sono concentrati concetti importantissimi: la salute è un diritto fondamentale e di tutti (si parla di individui, non di cittadini italiani), la condizione economica non può costituire una barriera al diritto alla cura, lo Stato deve garantire concretamente questo diritto, che non va solo a vantaggio del singolo, ma che porta un beneficio all’intera collettività.
In sintonia con queste affermazioni, trent’anni dopo, nel 1978, fu approvata la Legge 833 di riforma sanitaria che istituiva il Servizio sanitario nazionale, con un forte messaggio di universalismo: l’accesso ai servizi è gratuito, perché sostenuto dalla fiscalità generale con una proporzionalità in relazione alle differenze di reddito. È l’epoca dell’istituzione dei consultori, della partecipazione nella gestione dei servizi sociosanitari, dello sviluppo della medicina del lavoro, della (lenta) chiusura dei manicomi, della nascita di associazioni come Medicina Democratica, fortemente impegnate nella difesa della salute collettiva.

Tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, contemporaneamente alla diffusione delle teorie liberiste dei Chicago Boys e all’ascesa al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, anche le priorità dell’Oms si modificarono in profondità: l’iniziativa privata e il mercato occuparono uno spazio sempre maggiore nell’elaborazione dei programmi sulla salute, spesso gestiti dalla Banca mondiale, sottoposti ai piani di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale e ai vincoli degli accordi sulla proprietà intellettuale dei farmaci stabiliti dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). L’Oms aprì il suo bilancio ai privati che, attraverso finanziamenti vincolati, ancora oggi ne condizionano pesantemente le scelte.

In questo contesto l’organizzazione dei servizi sanitari nazionali subì profonde modifiche, gli interventi sui contesti sociali tesi a migliorare le condizioni generali di vita, come parte integrante di un miglioramento della salute collettiva, hanno via via lasciato lo spazio agli interventi “verticali”, mirati alla singola patologia valutata in modo avulso dall’ambiente nel quale si è sviluppata. Gli obiettivi della pratica clinica si sono concentrati in modo esclusivo, o quasi, sul benessere del singolo individuo, a prescindere dalle sue relazioni sociali e ambientali.
Sono aumentate le differenze nell’aspettativa di vita anche all’interno delle medesime comunità locali, come dimostrò la scioccante indagine condotta nel primo decennio del nuovo millennio, sui cittadini di Calton, un quartiere alla periferia di Glasgow: qui, a causa del contesto sociale, l’aspettativa di vita degli uomini era di 25 anni più bassa di quella media dei maschi nel Regno Unito.
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Scrive Noam Chomsky nell’e-book Crisi di civiltà – Pandemia e capitalismo: «[…] Da tutta questa situazione si possono ricavare diverse lezioni, soprattutto, sugli aspetti suicidi di un capitalismo incontrollato e sul danno aggiuntivo procurato dalla piaga neoliberista. La crisi mette in luce quanto sia pericoloso trasferire il processo decisionale a istituzioni private svincolate da qualsiasi controllo pubblico e mosse esclusivamente dall’avidità, che è il loro dovere solenne, come ci hanno spiegato Milton Friedman e altri luminari invocando le leggi dell’economia sana».

Estratto del 4° capitolo del libro Senza Respiro – Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus in Lombardia, Italia, Europa, di Vittorio Agnoletto, ed. Altreconomia 2020, pubblicato sul nuovo numero del bimestrale di politica e cultura Su la testa che ha per titolo “Cambia il sistema, non il clima!”

*-* L’autore: Vittorio Agnoletto è medico specializzato in medicina del lavoro e insegna Globalizzazione e politiche della salute all’Università degli Studi di Milano. È stato portavoce del Genova social Forum nel 2001 e parlamentare europeo