A cento anni dalla nascita dell’insegnante di Piadena sono stati ripubblicati i suoi libri e la sua figura di educatore rimane centrale nella pedagogia italiana. A partire dal principio di fondo: la scuola deve rendere liberi, non deve essere uno strumento di adattamento al sistema

«Tutto, dentro e fuori della scuola, è predisposto per neutralizzare il bambino come essere pensante». Così Mario Lodi scriveva il 2 ottobre 1964 nella lettera a Katia, mettendo in guardia la ragazzina che si era appena iscritta all’istituto magistrale. Parole nette, una sintesi amara di quanto il maestro di Vho di Piadena aveva vissuto direttamente nei suoi anni di insegnamento, cominciato subito dopo la guerra. Una situazione di abbandono della scuola che però, fin dall’inizio, Mario Lodi aveva cercato di contrastare e superare, con una ricerca continua che lo portò ad elaborare un metodo didattico originale, attraverso una «rivoluzione silenziosa», come scrisse.

Oggi, a cento anni dalla nascita, il pensiero pedagogico di Lodi, risultato di una prassi costante, merita di essere conosciuto e valorizzato. La scuola non si trova certo nelle condizioni disastrate degli anni Cinquanta e Sessanta, segnata com’era da anacronistici principi di autorità, negazione dell’identità del bambino e da una rigida separazione dalla realtà. Ma se i tempi sono cambiati, le fragilità e i problemi del sistema scolastico sono ben evidenti, dopo decenni di riforme che hanno lentamente svuotato di senso il diritto all’istruzione per tutti sancito dalla Costituzione e dopo due anni di pandemia che hanno lasciato conseguenze pesanti sugli studenti e sugli insegnanti.

La lettera a Katia sopracitata si legge nelle prime pagine de Il paese sbagliato, il diario di un’esperienza didattica degli anni 1964-1969 uscito nel 1970 e che Einaudi ha appena ripubblicato con una introduzione di Franco Lorenzoni, un altro insegnante molto attivo nella ricerca pedagogica in quel segmento dell’istruzione così delicato e cruciale com’è la scuola primaria.
Mario Lodi era arrivato all’insegnamento nel 1948 e pochi anni dopo era approdato a Vho di Piadena, tra Cremona e Mantova, in quella Bassa padana costellata di cascine e filari di alberi tra la nebbia. Qui il giovanissimo maestro aveva trovato una situazione molto difficile: bambini annoiati, rassegnati, distratti di fronte ai compiti canonici che venivano loro assegnati, felici e liberi solo durante l’intervallo, figli e figlie di famiglie di contadini e artigiani, con addosso ancora i traumi della guerra e della miseria che scoprivano d’improvviso in un mendicante per strada o nei vicini di casa in preda alla fame. Lodi, maestro alle prime armi, alla ricerca di riferimenti validi che l’istituto magistrale non gli aveva dato, si chiede come…


L’articolo prosegue su Left dell’11-16 febbraio 2022 

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SOMMARIO

Una laurea in Filosofia (indirizzo psico-pedagogico) a Siena e tanta gavetta nei quotidiani locali tra Toscana ed Emilia Romagna. A Rimini nel 1994 ho fondato insieme ad altri giovani colleghi un quotidiano in coooperativa, il Corriere Romagna che esiste ancora. E poi anni di corsi di scrittura giornalistica nelle scuole per la Provincia di Firenze (fino all'arrivo di Renzi…). A Left, che ho amato fin dall'inizio, ci sono dal 2009. Mi occupo di: scuola, welfare, diritti, ma anche di cultura.