Il fascismo rialza la testa e si presenta in forme nuove. Razzismo, autoritarismo, nazionalismo sono pericoli per la democrazia, che hanno preso forza con la pandemia.
Lo scrittore inglese lancia una chiamata alle armi per combatterli, con le idee e la cultura

Come fermare il nuovo fascismo di Paul Mason è un libro appassionato e urgente che ci mette in guardia rispetto al pericolo di risorgenti nazionalismi, sovranismi, autoritarismi, che soffiano sul fuoco e si nutrono del malessere sociale cresciuto con la pandemia. Nel 2022 il risorgente trumpismo getta più di un’ombra sulle elezioni di Midterm, Orbán cercherà la riconferma in Ungheria mentre in Brasile Bolsonaro minaccia di prendere le armi pur di restare al potere. Ma non solo. Fondamentalisti religiosi e custodi di valori tradizionali arretrati minacciano la democrazia in varie parti del mondo. E anche nei Paesi europei crescono frange di estrema destra e pericolose, formazioni neonaziste e neofasciste. Tanto che se a bordo di una navicella del tempo gruppi di nazisti approdassero nel presente avrebbero molto di cui compiacersi, avverte Paul Mason usando per scuotere le nostre coscienze anche gli strumenti del racconto distopico.
Giornalista che ha lavorato a lungo per la Bbc e Channel 4, saggista, regista, autore di pamphlet graffianti contro l’ideologia neoliberista, Mason in questo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore riallaccia i fili della storia, invitandoci a riflettere su cosa significa essere antifascisti oggi.

Lui lo è da sempre. Fin da quando nel Leicester, da piccolo, giocava fra ruderi coperti di graffiti anti nazisti. «Mi sono reso conto per la prima volta dell’esistenza del fascismo vedendo i primi cinque secondi di un documentario sulla liberazione di Bergen-Belsen» racconta Mason a Left. «È comparsa la fatidica inquadratura dei corpi uccisi con i bulldozer nelle fosse comuni. Mia madre, che era per metà ebrea, lo spense, bruscamente. Mi spiegò – avevo forse 5 anni – che i nazisti avevano ucciso molti ebrei e che lei sarebbe potuta essere una di loro. Quel video dava un senso alla parole incise, a quei graffiti sui muri dei rifugi antiaerei in disuso che da bambino erano per me l’ultimo parco giochi. Un parco giochi spaventoso, ho appreso poi, ma dove c’era scritto: “Maledetti nazisti”. “Fuori i nazisti”. “Fanculo i nazisti”. Quelle poche parole di mia madre, quelle immagini, aggiunsero una consapevolezza alla mia vita che non è più scomparsa. Mi fu subito chiaro che benché fossi askenazita al 27 per cento potevo finire in un cunicolo da cui non sarei uscito».

Poi da ragazzo sei diventato attivista antifascista, partecipando ad azioni contro il National front e il British national party. Che puoi dirci di quegli anni? Come hanno contribuito alla tua formazione?
Gli anni Settanta sono stati raccontati come la fine di una civiltà operaia. All’inizio di quel decennio mio padre, che faceva il sindacalista, organizzava scioperi selvaggi. Un ministro fu costretto a comparire in tv con una candela in mano perché uno sciopero di massa aveva fatto saltare la corrente. Ebbi la sensazione di una drammatica fine di quelle lotte quando un…


L’intervista prosegue su Left dell’11-17 febbraio 2022 

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