Un film di Massimo Tarducci racconta l’avventura umana e politica della grande politica e attivista, dagli anni della Resistenza alla lotte delle donne e al pacifismo radicale. Senza perdere mai la tenerezza

Uno scricciolo dall’aspetto fragile e dalla forza interiore grandissima. Così ci appare Lidia Menapace all’inizio del film che le ha dedicato il regista e attore Massimo Tarducci. Uno scricciolo di donna ma pronta a fare la rivoluzione. Una rivoluzione senza armi, ma con la cultura e con le idee.
Le armi, quelle materiali, si rifiutò di imbracciarle anche quando, giovanissima, partecipò alla lotta partigiana. Poi, nel percorso della sua lunga vita, la scelta del pacifismo si fece in lei sempre più radicale: pacifismo inteso come non violenza e insieme come proposta culturale, di cambiamento della mentalità (anche di linguaggio: «non usiamo il verbo combattere, meglio “lottare”. La lotta è nobile», diceva) e al contempo come azione concreta, senza scendere a compromessi.

«Via la guerra dal mondo», diceva da ultimo, rileggendo in chiave internazionalista «L’Italia ripudia la guerra»che è il cardine dell’articolo 11 della Costituzione antifascista. «Bisogna abolire l’esercito e investire in sanità», affermava con grande lungimiranza. Manca fortemente il suo impegno pacifista oggi che venti di guerra spirano in Europa.
L’Italia, obbediente alla Nato, ha già speso 78 milioni per schierare mezzi nelle aree calde dell’Europa dell’Est (vedi Left n.6 dell’11 febbraio) e il ministro della Difesa Guerini ha già raggiunto quota 15 miliardi per missioni di guerra in un anno.
Ritroviamo dunque, più attuali che mai le parole della partigiana pacifista nel film Per Lidia Menapace, appunti di viaggio a Bolzano che ci restituisce una Lidia spiritosa, resistente, come lo è stata fino al 2020 quando il Covid purtroppo se l’è portata via a 96 anni. Il film di Tarducci ci fa ritrovare la sua gioia di vivere, di incontrare, di spostarsi, di conoscere, di ospitare, in un flusso di immagini di partenze e arrivi, di stazioni e treni su cui amava viaggiare sempre rigorosamente in seconda classe.

Scorrono in questo film scorci della sua amata Bolzano, città di confine mitteleuropea, laboratorio di dialogo e di confronto fra culture diverse. Balenano gli spazi dove più amava stare: le piazze, la cucina, lo studio stracolmo di libri.
Lidia Menapace era un’insegnante, una ricercatrice (fu cacciata dall’Università del Sacro Cuore nel 1968 per aver preso posizione con uno scritto dal titolo Per una scelta marxista). È stata donna impegnata in politica e senatrice eletta nelle liste di Rifondazione comunista, partito a cui era iscritta fin dalla sua nascita nel 1991. Ma prima di tutto Lidia Menapace era una partigiana. «Sono una ex insegnante, una ex parlamentare, ma non una ex partigiana», dice perentoria nel film. «Perché essere partigiani è una scelta di vita». E questo suo antifascismo calato nel presente era ciò che…


L’articolo prosegue su Left del 18-24 febbraio 2022 

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