Sia in Russia che in Ucraina c’è chi si oppone alla guerra rifiutandosi di combattere. È l’opzione nonviolenta, quella che i media mainstream raccontano meno. Ce ne parlano due pacifisti che vivono nei diversi lati della “barricata”

«Ho paura di dire queste cose pubblicamente? Certo, fa paura, perché ovviamente non voglio che gli investigatori mi cerchino e mi mettano in prigione, ma dobbiamo ricordare che coloro che in questo momento sono sotto le bombe hanno più paura». Così Elena Popova, portavoce del Movimento russo degli obiettori di coscienza al servizio militare, interveniva la scorsa settimana nel dibattito online “Ucraina e Russia in dialogo per la pace” organizzato dalla Rete italiana pace e disarmo. Avremmo dovuto contattarla, per chiederle in che modo la società civile russa si sta muovendo per opporsi alla guerra, e soprattutto con quali conseguenze. Ma non abbiamo potuto farlo. Perché nel pomeriggio di domenica 6 marzo, a San Pietroburgo, Popova è stata arrestata con altri pacifisti. Si trovava a San Pietroburgo, nella sua città, e stava partecipando ad una manifestazione antimilitarista, assieme a diverse migliaia di persone, quando un bus della polizia è arrivato sul luogo e ha iniziato ad ammanettare i presenti. La portavoce è stata poi rilasciata, e – dalle poche informazioni che riescono ad arrivare dalla Russia – ancora non si sa se sarà denunciata.

«Noi come movimento degli obiettori di coscienza al servizio militare, così come gran parte della gente in Russia, esigiamo che le autorità russe fermino immediatamente la guerra e ritirino tutte le truppe russe all’interno del territorio russo», dice Popova all’incontro online, durante il quale ha esposto posizioni e strategie dei pacifisti russi. «Esprimiamo la nostra solidarietà con la gente in Ucraina – aggiunge – con chi si nasconde dalle bombe assieme alla famiglia, con coloro che si ribellano all’aggressione cercando di fermarla. Ci rendiamo conto che se l’Ucraina cade in questa guerra, sarà un disastro non solo per l’Ucraina ma anche per la Russia».

Tra i temi che ha affrontato l’attivista, la cui organizzazione fa parte della rete War resisters’ international (rappresentata in Italia dal Movimento nonviolento), c’è anche il trattamento di chi viene bollato come sgradito dalle autorità russe in quanto non si attiene alla propaganda di regime, ad esempio invitando a disertare la guerra di Putin. «Alcuni manifestanti o attivisti vengono trattenuti nella stazione di polizia per uno o più giorni – racconta Popova – dopodiché devono…


L’articolo prosegue su Left dell’11-17 marzo 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO