Storico di formazione e giornalista, lo scrittore ci racconta la svolta: «Leggendo autori come Borges, Bolaño, Pontiggia e Schwob, mi si è aperto
un mondo: la possibilità, nel lavoro narrativo, di usare i ferri del mestiere storiografici»

Davide Orecchio è uno dei migliori scrittori italiani in attività, e in pochi anni si è affermato con libri di inconfondibile valore letterario e taglio ibrido, narrazioni tra ricerca documentaristica e invenzione dal vero, unici nel panorama letterario italiano. Di formazione storica, ha esordito con una raccolta di biografie, Città distrutte (Gaffi, 2011), seguito da Stati di grazia (Saggiatore, 2014), Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017), Il regno dei fossili (Saggiatore, 2019), e l’ultimo, Storia aperta (Bompiani, 2021).

Tu scrivi sempre sul confine tra Storia e invenzione, nel tuo primo libro raccontavi sei biografie “infedeli”. Questa cosa nel tuo ultimo Storia aperta mi sembra ancora più esplicita, anche nella forma estremamente letteraria. Fofi dice che sei «un nipotino di Borges» per le capacità combinatorie e inventive. Perché uno come te che ha una formazione di storico ha bisogno della letteratura per raccontare?
Tra i più bei libri di storia che ho letto, o studiato in gioventù, ci sono opere di autori (Henri Pirenne, Fernand Braudel, Reinhart Koselleck, Benedetto Croce, Carlo Ginzburg) che non hanno nulla da invidiare alla prosa letteraria nella qualità delle loro pagine, sia quando descrivono, sia quando raccontano, sia quando, più “scientificamente”, spiegano. Ma devo dire che a lungo, pur frequentando le scritture di questi storici, e scrivendo anche io fino a una certa età testi storiografici, non mi si è accesa la lampadina, l’idea di poter combinare storia e letteratura partendo dalla seconda. Non ero nemmeno un lettore particolarmente interessato al romanzo storico tradizionale, e non lo sono tutt’ora. La lampadina si è accesa quando un sotterraneo e antico fiume carsico della letteratura mondiale è emerso mentre io passavo di là, e mi ha trovato evidentemente ricettivo e attento. La letteratura di vite, di biografie “fedeli” o finzionali. Quella che alcuni oggi definiscono biofiction. A me, leggendo non solo Borges ma, soprattutto, Danilo Kiš, W.G. Sebald, Roberto Bolaño, Giuseppe Pontiggia e il padre di tutti loro, Marcel Schwob, si è aperto un mondo: la possibilità di mettere al servizio di un lavoro narrativo i ferri del mestiere storiografici appresi negli anni della formazione. Questa importante vena della letteratura mondiale è stata snobbata per molti anni dal nostro sistema editoriale, per questo me ne sono accorto in ritardo. Alla domanda sul “bisogno” di raccontare tramite la letteratura do due risposte. La prima: perché mi piace molto. La seconda (più seriosa): perché pratiche di narrativizzazione storiografica alla Hayden White non avrei mai potuto adottarle per vincoli diciamo “deontologici” legati a una pratica, quella di storico, che…


L’articolo prosegue su Left dell’11-17 marzo 2022 

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