Da una guerra all’altra. A undici anni dalla rivolta che, sulla scia delle primavere arabe, avrebbe dovuto ribaltare il regime di Assad, l’attivista e avvocato Akkad Al-Jabal continua a coltivare la memoria dei dissidenti vittime della sanguinaria repressione. Siamo andati a trovarlo ad Atene

«Stamattina è venuta da me una donna. Suo marito è stato ucciso sotto tortura in un carcere di Damasco, lei è sola qui con i suoi due figli piccoli. Le ho dato conforto, le ho spiegato che cosa poter fare per dare un senso alla sua vita. La cosa più importante è mettere a posto i documenti». È un freddo venerdì ad Atene e Akkad Al-Jabal è al lavoro nel suo piccolo ufficio al 174 di via Aristotelous, accanto a un vecchio baretto. Se alzi lo sguardo a nord, proprio dritto in fondo si scorge la sagoma dell’Acropoli, che pare il fantasma impietrito e addolorato di una umanità rimasta soltanto sui libri poggiati su quei banchi di scuola rivestiti con la fòrmica verdina, profumati di quaderni e matite, in un tempo nel quale qualcuno, anche giovanissimo, poteva sognare per questo contorto pianeta un futuro di pace e democrazia.

Akkad è un avvocato siriano, un attivista, un dissidente del regime sanguinario di Bashar al-Assad che combatte la sua guerra senza “scoppi”, con le armi dell’ascolto, della parola, della memoria scritta. È, anzi, egli stesso la memoria vivente della Rivoluzione scoppiata in Siria il 15 marzo del 2011 con la Primavera araba, quando già alla fine del 2010 in Medio Oriente e nel Nord Africa le popolazioni oppresse cominciarono a ribellarsi scendendo in piazza, diventando protagoniste di quell’onda emozionante che, a cascata, si diffuse dalla Tunisia all’Egitto e quindi allo Yemen, alla Libia e alla Siria. È la prima volta che concede a un occidentale, e per di più a un giornalista, di fargli visita nella sua casa, la “trincea” da dove questo “soldato” solitario, questo “arciere della Rivoluzione”, come lo definiscono, taciturno conduce la sua lunga e faticosa battaglia. Anche sedici ore al giorno a raccogliere e dare notizie, collegando tra essi centinaia di migliaia di siriani sul campo e della diaspora. Tutti lo amano, ma nessuno, o pochissimi, sanno in realtà chi sia, e dove sia. Una primula rossa, o forse meglio un “arciere” della Rivoluzione, come i siriani lo definiscono.

«Sono in realtà in Grecia da 27 anni, ma se mettessi piede nel mio Paese verrei ucciso dopo un’ora – ci spiega – e devo confessare, sì, non ho paura, ma ogni tanto mi guardo attorno. Basterebbe poco, magari senza che nessuno si scomodi dalla Siria, per cadere in un agguato per mano di un killer della mafia russa che qui è molto attiva». Sì, la Russia, quella Russia alleato conclamato di Assad che oggi sta devastando l’Ucraina, che ha nel porto siriano di Tartus una base militare. Basti vedere le…


L’articolo prosegue su Left dell’11-17 marzo 2022 

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